«Ansiolitici, gioco d’azzardo e abuso di internet: troppa ignoranza tra i medici»

Lugoboni, responsabile a Verona dell’unica unità ospedaliera in Italia che cura le dipendenze: «ostruzionismo contro vere e proprie emergenze»

«L’ultimo caso? Stamattina: donna, sui 45 anni, avvocato, lavora per la pubblica amministrazione, contro l’ansia cominciare ad assumere Minias, poi aumenta la dose, finisce al Centro di Salute Mentale, dove le dicono testualmente: “lei è una persa”, e la mandano al Sert. Al Sert la rimandano al Csm, dove il medico le dice che la visita, ma privatamente. Ma cosa fanno in genere? Imbottiscono i pazienti di psicofarmaci. E questa donna prima aveva provato di tutto: ipnosi, training autogeno… Ma prima di tutto qui bisogna ripulire i recettori, perchè il suo problema è l’assuefazione, cioè il fatto che il farmaco non fa più effetto prendendone di più, e non la dipendenza, che equivale a mantenere la stessa quantità». Il professor Fabio Lugoboni è il responsabile dell’unità di trattamento delle dipendenze del policnico Rossi di Verona, l’unica in Italia dedicata a chi abusa delle sostanze e abitudini più diffuse come il tabacco, l’alcol, le benzodiazepine, la cocaina, il gioco d’azzardo e ormai anche internet. Dal 2001 quando ha iniziato, di persone prese nel vortice delle droghe più o meno legali ne ha prese in cura parecchie. Molte accomunate da una spaventosa normalità: «sono persone della porta accanto, vittime anzitutto dei medici che prescrivono ad esempio le benzo senza limiti di tempo, ma anche dei farmacisti che non si preoccupano se la ricetta è scaduta».

Una vera e propria emergenza occulta: 6 milioni di italiani, il 10% della popolazione fa uso di En, Tavor, Xanax, Minias e altre centinaia di prodotti a base di benzodiazepina. Una massa di ordinari schiavi dei princìpi attivi che dovrebbero alleviare stress e angoscia e invece, come dimostrano i 180 ricoveri l’anno che sono pur sempre la punta dell’iceberg, possono condurre ad una spirale di depressione fino al suicidio. Anche dopo essere stato in cura. «Il suicida non è il depresso», puntualizza il dottore, «qui trattiamo casi molto diversi fra loro: dal giocatore al cocainomane a chi arriva distrutto dagli analgesici e oppioidi, un altro fenomeno molto esteso di cui non si parla». Sono ex pazienti curati con botte di sostanze di cui poi non possono fare a meno, sviluppando successivamente una fortissima assuefazione. «I farmaci di questo tipo sono sempre più potenti e i medici li danno senza porsi il problema del dopo, della vita che poi dovrà riprendere in seguito alla cura», spiega Lugoboni.

Il dato allarmante e pressocchè ignorato è l’indifferenza generalizzata della categoria in camice bianco verso questo tipo di disturbi: «io insegno psichiatria alla facoltà di Medicina e ora faremo una versione cartacea di questo libro, “In Sostanza”, finora consultabile gratuitamente in Rete, che oltre al classico Galanter-Kleber del 1998 è in pratica quello che si trova oggi per chi volesse studiarli. Non ci sono libri di testo, non ci sono esami». Di fronte all’estensione e al grado di sofferenza di piaghe psico-sociali da coca o alcol o slot-machine, è incredibile che non ci sia un’adeguata istruzione. Eppure è così, e la responsabilità, secondo Lugoboni, «è dell’inerzia del passato sul presente: i colleghi della mia generazione semplicemente se ne disinteressano. Eppure, tanto per ricordarlo, i morti per sigarette sono 77 mila all’anno».

Del gioco che rovina intere esistenze però si parla e non poco: la politica si muove sul piano legislativo, le “pubblicità progresso” martellano, i giornali sfornano articoli. E tuttavia, non basta. «Ma certo, i giocatori sono molto diversi fra loro. Volendo si possono raggruppare in tre tipologie: chi gioca per piacere, chi per dimenticare una vita grama, e gli anti-sociali, che in genere assommano anche altre dipendenze. I più tipici sono i secondi: si chiudono in una bolla rassicurante, perdendo il contatto con la realtà». Il cocainomane è molto difficile da curare: «sviluppa una dipendenza psicologica pesantissima, che non gli fa provare più piacere per niente». Nei giovani, a sorpresa, «il problema è saltuario: molti non diventano dipendenti». Più eccessi da sabato sera che altro. Con la coca l’intervento farmacologico è inefficace, mentre con l’alcol può funzionare: «non solo, ma l’alcolista puoi farlo smettere di bere, com’è ovvio. Ma pensi a un soggetto che passa ore e ore su internet: non si può toglierglielo del tutto, per evitare di farne un disadattato».

L‘Internet addiction, per dirla in inglese, è l’ultima frontiera di ricerca per l’équipe di Lugoboni: «non abbiamo ancora modelli definiti, ed è dura far ricoverare un hikkokomori (i murati vivi che passano le giornate davanti allo schermo, ndr) se vuol starnene chiuso in casa». E’ la malattia più sociale, oggi: «la difficoltà sta nel dover tentare una ri-programmazione mentale: per questo stiamo investendo molto sulla realtà virtuale. Sperimenteremo intanto il controllo delle emozioni di giocatori di slot in sale immersive, e lo stesso pensiamo di fare con i ragazzini sempre attaccati a Internet, ma qui siamo ancora agli albori». Lo stadio è pionieristico, specie in Europa: «i metodi più avanzati sono in Cina e Corea, ma con sistemi autoritari che personalmente non condivido: il proibizionismo non ha mai funzionato, ha sempre finito con ingrassare la mafia. Se ti obbligo a curarti, ottengo poco: serve motivazione».

Motivazione uguale volontà. Ma è proprio la volontà ad essere fiaccata quando ci si lega al collo la catena di uno smodato uso di scorciatoie psicotrope. E il nostro stile di vita non aiuta, anzi: «chiaramente i ritmi nevrotici e frenetici contribuiscono. Pensiamo ai ragazzini, iperstimolati dal telefonino che poi non riescono a dormire la notte per troppa esposizione al video». Troppa libertà di consumo consuma? «Fra i giovani, sottolineo giovani, sa quali sono i farmaci che hanno avuto un boom negli ultimi anni? Gli ansiolitici». Per tutta risposta, medici e infermieri negli ospedali alzano le barricate contro gli sforzi di replicare il modello Verona altrove in Italia: «quattro regioni, Piemonte Lombardia Marche e Puglia, hanno fatto richiesta e in alcuni casi abbiamo iniziato a fare qualcosa, ma poi i colleghi hanno detto no perchè i pazienti sarebbero ingestibili, cosa assolutamente non vera perchè quelli che curiamo qui sono motivati e danno pochissimi problemi». Lugoboni punta il dito contro «una vera e propria incomprensione dovuta all’ignoranza, a una mancanza di cultura medica, che giunge a far scrivere lettere, da parte di un sindacato di medici di base, in cui si mette in guardia contro l’ingresso di pazienti “con la bava alla bocca”: falsità pure. Si preferisce scaricare sui Sert. La verità è che non siamo un Paese normale: da noi nessuno si prende le proprie responsabilità fino in fondo».

(ph: Vvox)