Le Monde celebra i migliori formaggi europei. Ma “dimentica” gli italiani

Nei loro articoli si parla del brie, dell’inglese stilton, dello spagnolo mancego, dell’alsaziano munster e della feta greca. Gorzonzola, Fontina, Bettelmatt e così via non dicono nulla?

A pochi chilometri da Parigi si trova il dipartimento della Senna e Marna. La sua antica denominazione, Brie, è conservata nel nome del formaggio per il quale è celebre quella zona. Sono due le località che pretendono di veder riconosciuta la paternità di questa prelibatezza: a Nord, la città episcopale di Meaux; a Sud, la prefettura di Melun. Lotta di campanile ancora tutt’oggi vivissima.

Andiamo indietro nel tempo. Fine 1814, Congresso di Vienna, la più grande riunione diplomatica della storia, durata oltre otto mesi e che ha partorito un nuovo assetto dell’Europa dopo l’abdicazione di Napoleone I. Per passare il tempo, le oltre 300 delegazioni fanno a gara a organizzare sontuosi banchetti intrattenendo gli ospiti con ingegnosi passatempi. Memorabile la cena offerta da Talleyrand, ministro degli affari esteri di Luigi XVIII, durante la quale i commensali sono invitati a indicare quali siano, secondo loro, i migliori formaggi del mondo. I rappresentanti delle delegazioni esaltano i meriti dei formaggi dei loro Paesi; Talleyrand non si esprime, ma annuncia che un corriere diplomatico ha portato da Parigi, insieme ai dispacci, del formaggio brie, che fa immediatamente servire. La Francia viene dichiarata vincitrice, il brie è giudicato “re dei formaggi”.

Bene, ma ancor oggi ci si domanda: la corona spetta al brie di Meaux o al brie di Melun? Secondo le cronache, nessun invitato era talmente esperto in formaggi da riconoscere la differenza. Che pure è ben reale. Una forma di brie di Meaux misura 36 o 37 centimetri di diametro, pesa fino a 3,2 chilogrammi e – stagionata al massimo otto settimane – emana un profumo di burro e di nocciola. Il brie di Melun è più piccolo: diametro di 28 centimetri al massimo e pesa non più di 1,8 chilogrammi. Invecchiato più a lungo, fino a tre mesi, ha un gusto più persistente in bocca. Per questo quelli di Melun accusano il brie di Meaux di essere “insipido”.

Grazie anche all’imprecisione dei resoconti, sia i Cavalieri della Confraternita del brie di Meaux – mantello beige dai riflessi dorati che ricorda la crosta del loro formaggio mito – sia quelli della Confraternita del brie di Melun – mantello blu e rosso, i colori della vicina Parigi – si attribuiscono il titolo di vincitore della contesa di Vienna e rivendicano la primazia della storia. Afferma il Gran Maestro di quella di Melun «Il nostro brie è il più antico. Nell’anno 999, Roberto il Pio, figlio di Ugo Capeto, lo degustava già nel castello reale di Melun». Il Sindaco di Meaux sostiene con forza la sua causa. Il 5 novembre 2016, inaugurando la Casa del brie di Meaux, a due passi dalla cattedrale, ha esclamato: «Il brie di Meaux è un patrimonio culturale, una particella della nostra identità francese. Macché Roberto il Pio: se Luigi XVI si fece arrestare a Varenne durante la sua fuga nel giugno 1791 è perché si trattenne troppo a lungo a tavola, volendo in tutti i modi terminare il brie di Meaux che gli avevano servito». Entrambe le parti mettono in campo non solo re e principi, ma anche grandi personaggi della cultura, a partire da Balzac e da Zola.

C’è, tuttavia, un altro autore all’origine di tutte le polemiche: Jean de la Fontaine. Non avrebbe potuto essere più esatto? Perché non ha precisato cosa tiene nel becco quel corvaccio maledetto della fiaba? La favola è scritta nel 1668, quindi si deve escludere il camembert, inventato in Normandia nel 1792 da Marie Harel. La Fontaine è nato nel 1621 a Chateau-Thierry nella valle del Marna, vicino a Meaux. «Serve qualcosa di più per indovinare che il corvo tiene nel becco un brie del nostro?», chiede il Gran Mestro dei Cavalieri dal mantello beige. Immediata e pronta la risposta di un esponente della Confraternita dal mantello blu e rosso: «La Fontaine ha scritto il suo capolavoro nel castello di Vaux-le-Vicomte, vicino a Melun, ospite del suo amico e protettore Nicola Fouquet, il ministro delle finanze di Luigi XIV. Il formaggio viene dunque dal nostro territorio». Spunta anche una terza ipotesi, sollevata prudentemente da Isabella Ganot, 47 anni, che gestisce, con suo fratello, la cantina familiare, dove dal 1895 viene stagionato il brie. E se fosse un brie di Coulommiers? Coulommiers è tra Meaux e Melun, e i nonni di La Fontaine vi abitavano. Jacques Cochaud, un produttore, divertito da questa “lafonteniade”, confonde ancor più le acque dando alcune cifre: l’80% del brie di Melun è prodotto a Meaux, e l’80% del brie di Meaux viene dalla Meuse.
Par di sentire il Generale De Gaulle che amava ripetere: «Pensate che sia facile governare un paese dove esistono 258 varietà di formaggio?».

Queste e tantissime altre notizie e curiosità si sono lette nella serie di cinque articoli che in agosto, sul quotidiano “Le Monde”, ha raccontato i formaggi d’Europa. Il primo dedicato al brie, poi all’inglese stilton, allo spagnolo mancego, all’alsaziano munster e l’ultimo alla feta greca. Come, neppure un formaggio italiano fra i “formaggi d’Europa”? Anche escludendo le grandi produzioni – come hanno scelto di fare i giornalisti di “Le Monde” – (e quindi niente parmigiano e simili), come dimenticare che tra i “formaggi d’Europa” ci sono Gorgonzola, Fontina, Bettelmatt e così via, tutti con la loro storia? Somministrate le giuste bacchettate sulle troppo francesi tastiere, bisogna riconoscere che la lettura degli articoli, ognuno di un giornalista diverso, è stata istruttiva e piacevolissima.

Se poi vi è venuta voglia di formaggi vi suggerisco tre indirizzi giusti dove rivolgervi e lasciarvi guidare: La stanga delle bontà di Luca De Franceschi in Viale della Pace 227 a Vicenza, bottega Zini 1915 di Marco Zini in via Trieste 1 ad Arzignano, Cicchetteria La Sosta, Strada di Longara 3 a Vicenza, Gastronomia a Tavola di Alessandro, contrà Ponte S. Paolo 18 a Vicenza.

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