Pianeta Marghera, pianeta Italia

A colloquio con il regista Segre sul suo ultimo racconto-denuncia: «E’ il simbolo del disorientamento. I lavoratori stranieri sono divisi per etnie, e il pubblico non interviene»

Marghera sono uomini, è questo lo sguardo di Andrea Segre. Marghera come polo industriale è via via sempre più evanescente nell’immaginario collettivo, gli italiani se la sono dimenticata, non lo sanno più, non dice niente. E invece c’è ancora, in piena trasformazione, ma come un insetto che non vola più o non vola ancora, è tra ninfa e crisalide, prima o poi uscirà, ma come? Segre è un regista di documentari (e film) a cui non basta raccontare un luogo, gli interessano le persone, e per due anni è entrato in quel rettangolo che da cent’anni ha costruito storia industriale, produttiva, operaia, sociale. Quella storia, quella vecchia, è agli sgoccioli, il grande sogno del conte Volpi è durato quel che poteva durare, poi è cambiata l’economia, è cambiato il mondo, è cambiata Marghera. C’è questo attualissimo paradosso visivo per chi, prima del ponte della Libertà, gira a destra: avanzi fatiscenti e spettrali delle vecchie fabbriche, che sembrano perfino bombardate, vicino alle nuove pregevoli costruzioni, geometrie perfette e vetri luccicanti; rimasugli disordinati di capannoni, strade derelitte e dissestate per arrivare a moderni templi della tecnologia più avanzata. Ma che posto è?

Un posto dove girare «Il pianeta in mare», un titolo da spiegare con Segre: «Questa zona industriale è come un pianeta pesante atterrato sull’acqua, il che dà immediatamente il senso dell’instabilità, che è esattamente la condizione attuale di Marghera, ma non solo: dell’Italia, anche». Ecco che il luogo diventa paradigma di una condizione e di un passaggio storico che va ben oltre i suoi confini, peraltro suggestivi: dietro le gru dei cantieri navali e i cilindroni delle raffinerie, giocando a rimpiattino con le sagome delle meganavi del porto, si vede sull’orizzonte vicino Venezia, quella linea sottile che da sola è storia potente. Ma Venezia è turistica, è come vedere un film accelerato con 30 milioni di sagome che corrono e scompaiono, e Marghera invece no. Nella crisalide c’è Fincantieri, c’è Eni, ci sono le start up del Vega che crescono vorticosamente (un esempio: da 20 a 600 dipendenti), ci sono lavoratori, per la stragrande maggioranza immigrati.

A Segre interessa questo: «Sono rimasto molto colpito dalla condizione del lavoratore: in questo luogo, è destinato alla rimozione, è dentro un meccanismo che non c’è nella percezione generale. E le vite dei lavoratori riflettono la malinconia della nostra età storica. Sono stati fatti degli errori, oggi bisogna decidere quale direzione prendere, capire che tipo di costruzione di una nuova identità mettere in cantiere». Con Segre ci si accorge che il mondo non è fatto di produzione, impianti, economia, ma di persone. E’ il cuore del documentario, che mostra il lavoro dolente di persone magari contente. «I miei amici bengalesi sono soddisfatti del loro stipendio, mandano a casa bei soldi. Ma le varie etnie non si parlano tra loro, e soprattutto non c’è una gestione della mano pubblica di tutto questo. Si lascia che tutto avvenga, e tutto avviene. Il lavoro, che vuol dire subappalti, cooperative eccetera, viene organizzato su base etnica, com’è naturale che sia: anche un italiano che va in Giappone cerca il supporto degli italiani che sono lì. E così ti danno il posto non perché sai fare bene il tuo lavoro, ma perché sei bengalese, o marocchino o ivoriano. Le istituzioni non pensano all’alloggio, e gli immigrati vanno sul mercato libero: è ovvio che ci saranno condomini e strade in cui un’etnia si concentra, altrettanto ovvio che possano sorgere problemi». Come dire: non c’è costruzione di società.

Sembra un mondo – nel lavoro – senza guida, e invece ci vorrebbe. A Marghera, in Italia, in Europa. Dice Segre: «Il pubblico deve dare servizi. Ci sono tre milioni di lavoratori stranieri in Italia, e non c’è alcun investimento. Non è possibile: noi siamo un Paese ricco, se qualcuno soffre la fame fa notizia, per noi è inconcepibile. Siano l’ottava nazione industriale al mondo, siamo nel G8, e insieme puntiamo tutto sul turismo. Metamorfosi, insomma. Bisogna agire sul presente e sul futuro. Il pianeta Marghera è come il pianeta Italia». E allora eccolo il microcosmo affacciato sulla laguna: dove gli operai, i camionisti, i manager parlano, così come sono ogni giorno, presi dalla vita, con un neorealismo da giovani cineasti-documentaristi che non inventa, non toglie né aggiunge: fotografa (benissimo) una realtà che è contemporaneamente statica e in divenire. Quale divenire? Segre non si permette di essere ottimista, ha visto il lavoro malinconico e l’inerzia delle istituzioni. Ma il suo documentario è insieme racconto-denuncia e anticamera del possibile: «Tra 10-15 anni questi saranno luoghi diversi, la metamorfosi è in atto. Qui a Marghera ci sono potenzialità possibili: la riqualificazione ambientale, una progettualità che può essere immensa. Nel mondo ci sono esempi di ex zone industriali trasformate in musei, percorsi didattici, sedi di cose nuove, oppure abbandonate. Marghera non è nulla di questo, è una via di mezzo, è l’emblema del disorientamento attuale, ma può trasformarsi in un motore». Come? «Si deve decidere, e deve decidere Venezia».

Venezia, a due passi e nell’immaginario economico lontanissima. Turismo versus industria. Ma anche no. Segre legge la realtà attraverso quello che ha filmato e capito a Marghera: « Gli armatori fanno costruire qui le navi perché siamo a Venezia. Nei corridoi delle navi da crociera mettono gigantografie di piazza San Marco I cinesi mandano i loro container in questo porto perché si chiama Venezia, se diciamo loro Ravenna non sanno nemmeno cos’è. La tecnologia avanzata delle raffinerie che studiano il non-fossile nasce made in Venezia. Il valore iconico di Venezia è indiscutibile. Quindi non si scappa: è Venezia che deve decidere cosa fare di Marghera».