Ricerca: organoidi simulano cervello, così scienziata italiana sfida malattie

Roma, 28 ott. (Adnkronos Salute) – Una sfida alle malattie neurodegenerative e psichiatriche fino ad oggi mai lanciata: simulare il cervello umano con organoidi che ne replicano il tessuto e arrivare a scovare i meccanismi molecolari delle malattie che lo colpiscono per fermale. È l’obiettivo del lavoro di Paola Arlotta, scienziata italiana dell’Università di Harvard che oggi a Roma ha presentato la sua ricerca pubblicata su ‘Nature’ alle ‘Levi Montalcini Lectures’ promosse dalla Fondazione Ebri all’Accademia dei Lincei per il ‘Montalcini Day 2019’ che si celebra oggi e dedicato alle neuroscienziate.
Insieme alla scienziata italiana anche Silvia Arber, del Friedrich Miescher Institute di Basilea che studia i meccanismi neuronali che controllano il movimento ed Erin Schumann, direttrice del Max Planck Institute for brain research di Francoforte che ha rivelato i fondamentali meccanismi molecolari e cellulari alla base delle modificazioni simpatiche nella formazione dei ricordi.
“Fondamentalmente – ha spiegato Arlotta all’Adnkronos Salute – non siano mai riusciti a studiare il cervello umano per una serie di motivi: è diverso da quello dei topi che normalmente si usano nella ricerca e poi si sviluppa in utero e quindi non avremmo mai accesso. Oggi poi sappiamo che malattie come quelle psichiatriche hanno una genetica molto complessa non di un solo gene, di una mutazione o di un cambio nel Dna. Ma è un processo legato alla poligenetica – ha aggiunto la scienziata – Ovvero, tante posizioni nel genoma umano contribuiscono alla patologia. Quindi malattie di questo tipo possono essere studiate solo su un modello umano: serve il genoma della persona che ha la malattia. Noi abbiamo pensato ad un certo punto che se fossimo stati in grado di prendere le cellule staminali e di indurle a produrre tessuto del cervello forse avremmo potuto cominciare a studiare queste malattie in un contesto umano”.
“Certo – ha precisato la scienziata friulana – produrre tessuto del cervello non è la cosa più facile del mondo ma, in base a quello che sapevamo dello sviluppo del cervello endogeno, siamo riusciti ad istruire queste cellule staminali a produrre degli organoidi: non sono mini-cervelli, sono repliche molto più primitive e piccolo dell’organo ma hanno tante proprietà del cervello che non abbiamo mai studiato a livello umano. La speranza è usarli per capire quali sono le cellule e i circuiti del cervello che vengono alterati dalle malattie neurologiche”.
Quando potremmo arrivare ad un risultato sui pazienti? “Le tempistiche sono lunghe – ha risposto la neuroscienziata – perché abbiamo a che fare con malattie molto difficili e questi modelli sono primitivi. Però è la prima volta che riusciamo a fare qualcosa del genere. È una frontiera che molti ricercatori stanno esplorando perché può portare ad opportunità incredibili per cambiare le cose. Il punto di entrata in questo momento è che abbiamo le informazioni genetiche su queste malattie quindi possiamo usare queste negli organoidi e capire cosa accade nel cervello e da lì potremmo identificare le cellule e i circuiti coinvolti e speriamo anche i meccanismi molecolari. Così avremmo anche dei target per intervenire”.
Paola Arlotta è un ‘cervello italiano’ emigrato in Usa, ma la scienziata ha le idee chiare su quello che servirebbe per la migliorare la ricerca ‘Made in Italy’. “Ci sono delle menti splendide in Italia e abbiamo una tradizione di ricerca forte ma servono investimenti ingenti – ha sottolineato – Questo sulle malattie neurologiche è un lavoro che costa molto ed è a lungo termine con tanti scienziati di diverse specialità che lavorano in team. Senza i finanziamenti l’Italia non va da nessuna parte”.