Tumori: detective del microbiota, ‘nei batteri segreti per cure più efficaci’

Roma, 28 ott. (Adnkronos Salute) – Giovane, brillante e con una passione che – nel tempo – ha fatto sollevare più di un sopracciglio: scovare nel microbiota i segnali in grado di predire l’efficacia delle cure anticancro. “All’inizio è stato un po’ difficile: i colleghi non vedevano l’esigenza di analizzare le feci dei pazienti. Così mi hanno soprannominano ‘Princesse Caca’, ho ricevuto anche regali a tema”, racconta all’AdnKronos Salute la ‘detective del microbiota’ Lisa Derosa, ‘cervello’ italiano all’estero, attiva presso il Gustave Roussy Cancer Campus dell’università di Parigi (Francia), specializzata nella ricerca sulla flora batterica intestinale. Una passione “iniziata per caso”, dice, che l’ha portata a presentare gli ultimi risultati delle sue ricerche al recente Congresso Esmo (Europan Society for Medical Oncology) a Barcellona, incassando il plauso dei colleghi.
“Anche allora però – ricorda la ricercatrice – il soprannome era un’ironia che voleva essere un po’ di incoraggiamento: lo dimostra il fatto che ora tutti” a Parigi “raccolgono le feci dei pazienti”. Ma andiamo per ordine. Come è iniziata la passione per il microbiota? “E’ iniziato tutto per caso – ribadisce – Mi trovavo al Gustave Roussy e mi occupavo di ricerca clinica sul tumore del rene. Là il mio tutor mi ha fatto incontrare Laurence Zitvogel, che si occupa da anni di microbiota nell’ambito di studi murini. Così mi sono innamorata di questo concetto: nell’intestino c’è un possibile nuovo marcatore – spiega – in grado di predire l’efficacia o meno delle terapie anticancro, e anche del tipo di lavoro che stava facendo in modelli murini e in parallelo sui pazienti”. Un lavoro che non può prescindere dalla raccolta ‘certosina’ delle feci dei pazienti.
“All’Esmo ho presentato tutti i dati che abbiamo raccolto sul microbiota. Abbiamo iniziato studiando nel topo l’effetto degli antibiotici sull’efficacia dell’immunoterapia, e poi abbiamo raccolto retrospettivamente i dati nei vari tumori trattati nella nostra struttura con questo approccio. Da lì – racconta – siamo riusciti a costruire uno studio prospettico che analizzava il microbiota dei nostri pazienti prima che iniziassero il trattamento con anti-Pd1”. I dati di malati con tumori solidi sottoposti ad antibiotico-terapia e immunoterapia hanno mostrato che questi soggetti hanno esiti peggiori rispetto a quanti non erano stati trattati con antibiotici.
“Abbiamo visto – aggiunge – che l’antibiotico modifica il microbioma e riduce l’effetto dell’immunoterapia. E abbiamo creato uno studio di raccolta che si chiama Oncobiotics” e riunisce un consorzio internazionale con 16 partner. “Si prelevano le feci dei pazienti prima di iniziare anti-Pd1 contro il tumore del polmone, ma anche del rene e di altre forme che al momento non sono trattate con immuno ma con la chemio – precisa Derosa – Abbiamo visto infatti che l’antibiotico modifica il microbioma e riduce l’effetto dell’immunoterapia”, ma l’obiettivo degli studiosi è più ampio: determinare la relazione tra le firme microbiche intestinali e l’incidenza, la prognosi, la resistenza al trattamento (e la tossicità di questo) nei tumori del seno, del colon, del polmone e nel melanoma.
Non solo: si è scoperto che la presenza in alcuni pazienti di un batterio, l’Akkermansia muciniphila, si accompagna a esiti migliori dell’immunoterapia. “Abbiamo individuato – sintetizza l’esperta – un’influenza sulla sopravvivenza libera da malattia e su quella generale. Insomma, questo potrebbe essere un fattore predittivo o prognostico del successo del trattamento immunoterapico”. Come regolarsi, allora, in caso di terapia antibiotica nei malati di tumore? “Non stiamo dicendo di non dare questi farmaci ai nostri pazienti, ma di fare attenzione, perché a volte gli antibiotici vengono dati senza che ci sia un’infezione batterica in corso”. Moltiplicando, oltretutto, il rischio che si sviluppino super-bug resistenti. Quanto all’Akkermansia, “si conosceva un ruolo di questo batterio nell’obesità e nel diabete, ma che fosse correlato con la risposta all’immunoterapia nel tumore del rene e del polmone è stata una grossa novità”.
L’idea della ‘detective’ e del gruppo di cui fa parte “è quella di trasformare il microbiota in un biomarcatore: se riuscissimo ad avere le feci dei pazienti, potremmo analizzarle e sapere se ci sono batteri positivi o negativi. In base alla composizione batterica, poi, potremmo decidere se aggiungere probiotici o prebiotici. Stiamo lavorando – aggiunge – alla messa a punto di pillole con all’interno batteri buoni, ma anche su altre strategie per modulare il microbiota. Ci sono delle diete ad hoc, ad esempio, che potrebbero trasformare il microbiota e dargli una composizione positiva”.
Sviluppi che non possono prescindere dalla raccolta e dall’analisi puntuale delle feci. E se ormai i colleghi di Derosa si sono convinti, “l’intersse dei pazienti non è mai mancato: non mi hanno mai preso in giro e da subito hanno seguito tutte le istruzioni. Ci sono delle regole e delle linee guida da seguire per la raccolta, per fare in modo che” il microbiota dei pazienti riveli i suoi segreti. L’invito ai colleghi italiani, dunque, è quello di non trascurare questa miniera di informazioni. “Mi raccomando: raccogliete e analizzate, cercate le linee guida su Internet. E se avete bisogno” di suggerimenti, “sapete dove sono”, conclude Derosa.