Cosa insegna l’Umbria salvinizzata al Veneto di Zaia

Contesti diversi. Anzi opposti. Ma per centrosinistra e M5S qualche lezione si può desumere. Sempre che ne siano capaci

L’Umbria espugnata trionfalmente dal centrodestra, vista dal Veneto, è lontana. Ma non poi così tanto. E’ lontanissima storicamente, perchè mentre quella è una Regione rossa da settant’anni, mentre questa è stata – ed è – a egemonia bianca, democristiana prima fuori e oggi dentro, e nella Seconda Repubblica retta sempre dal centrodestra, dogi Galan e Zaia. E’ stata squassata da una “sanitopoli” che qui in Veneto non c’è stata, anche se qualche segnale pericoloso di recente è emerso, proveniente dalla Procura di Udine. E soprattutto la Lega è premiata dai veneti, non secondariamente per la popolarità del governatore neo-doroteo in salsa autonomista, al contrario degli umbri che invece hanno scoperto ora il verbo leghista, specialmente di Matteo Salvini, pur di dare una pedata nel sedere al Pd e al deludentissimo M5S.

Tuttavia la disfatta umbra del centrosinistra giallorosa al governo può dare qualche insegnamento anche al Veneto. Al centrosinistra e ai pentastellati veneti. Entrambi con il gravoso e umiliante problema di correre non per battere il tecnicamente invincibile Zaia, ma per non perdere con ignominia. Anzitutto non dovrebbero scordarsi il bacino sempre largo e ricco di astenuti ma soprattutto di astensionisti: i primi sono irrecuperabili, perchè disinteressati a priori, i secondi sono sfiduciati o risentiti e disertano le urne per deliberata scelta. Su questi ultimi si può lavorare, anche perchè ormai è acclarato che i non votanti non sono più tradizionalmente a destra, ma a sinistra, per una crisi cronica di rigetto causata dalla mediocrità delle proposte e delle facce offerte: si oscilla fra un soporifero Zingaretti e un egomaniaco Renzi, e qui da un semi-invisibile segretario dem Bisato ad una Moretti di cui non ci si riesce a liberare, in mezzo i consiglieri regionali che non trascinano e in basso un partito che, al netto di singole personalità di encomiabile attivismo, non incide, non c’è.

In Veneto, a differenza dell’Umbria, non c’è voglia di cambiamento, ma di continuità. Qualunque sarà il candidato governatore del centrosinistra, sarà una vittima sacrificale. Ma se si imiterà l’errore umbro di presentare il classico imprenditore che di politica non sa nulla, il sacrificio sarà più sanguinoso e la sconfitta più amara. Detto altrimenti, si perderà da indefessi alfieri del cretinismo. Non che la figura del capitano d’impresa, a queste latitudini, non sia ben vista. Anzi. Ma deve avere uno spessore e capacità adatte a questa impresa, che non è solo marketing&slogan, ma dev’essere preparata da una lettura della società veneta. Il dem Fracasso su queste pagine online ha ammesso che sul fronte dell’analisi hanno peccato fortemente, i cervelloni snob di centrosinistra. Ma in questi quattro anni di opposizione non hanno un mosso un dito nè attivato un neurone per sopperire al vuoto di interpretazione. Per forza poi si manda allo sbaraglio una Moretti a farsi il giro di tutti i Comuni della regione inutilmente. Ma la comunicazione, senza contenuto e idee profonde, non colma alcunchè. Di più: peggiora il risultato, dando la sensazione agli elettori di uscir fuori dalla tana all’ultimo miglio per raccontare l’ennesima raffica di promesse e paroloni.

Ci vorrebbe coraggio, e dare carta bianca a un pugno di giovani brillanti, ammesso ce ne siano, che per lo meno tentino di fare una campagna elettorale spregiudicata, estrosa, radicale (nel senso di andare alle radici delle questioni), seria ma non seriosa, che ingaggi battaglia sui terreni zaiani ma apri altri fronti secondo una propria agenda. Ma il Pd è artritico, mellifluo, gommoso, sclerotizzato. I gruppi che stanno alla sua sinistra hanno troppa poca forza numerica e spesso troppa alterigia intellettuale per avere una chance anche solo di spiazzare qualcuno.

Quanto al Movimento 5 Stelle, se l’Umbria dimostra quanto sia stata perdente la scelta di Grillo-Joker di unirsi in una copula contronatura con il Pd, in Veneto sono talmente messi male che il plenipotenziario regionale, Jacopo Berti, ha dovuto proporre i colloqui con lo psicologo per selezionare i candidati alle elezioni regionali della prossima primavera. Alla buon’ora, forse stanno capendo che le mazzate che prendono e l’inconsistenza che continuano ad avere deriva da una debolezza congenita: il rifiuto di formazione del loro personale politico, a sua volta dovuto alla pervicace e tafazzianissima contrarietà a darsi una struttura degna di tale nome e ad elaborare un pensiero più coerente. Lo stanno capendo a modo loro: tirando fuori dal cappello i test psico-attitudinali, tipici di una mentalità aziendalista che con la politica dovrebbe avere a poco a che spartire. Pare che qualche grillino veneto ipotizzi perfino di rinunciare a priori alla corsa, questo giro. Nel Pd c’è chi si è già arreso e pensa al 2025, con la lungimiranza triste dei perdenti.

Certo non basterà camuffarsi sotto qualche mascheramento civico, per loro e men che meno per i piddini, per nascondere il fatto che entrambi giungono al periodo pre-elettorale con un’unica arma in mano: la speranza che emerga alla luce qualche errore commesso o che commetteranno Zaia e il centrodestra, abbastanza grosso da rosicchiargli qualche consenso per non rimediare un’altra figuraccia. Chi vive sperando…

(ph: Imagoeconomica)