«Venezia ormai una non-città, meglio separarla da Mestre»

De Checchi (Confartigianato Venezia): «Il referendum costa? La democrazia non si esercita con la borsa in mano». L’invito all’astensione di Brugnaro? «Diseducativo»

«Quello di Brugnaro è un messaggio antidemocratico, inopportuno e pericoloso». Con una lettera aperta pubblicata sulla stampa veneziana una settimana fa, Gianni De Checchi, segretario di Confartigianato Venezia, non ci era andato per il sottile commentando l’invito del sindaco del capoluogo veneto a disertare il referendum di separazione da Mestre indetto il 1° dicembre. Oggi spiega: «Trovo abbastanza sconcertante che si facciano questi ragionamenti – dice – soprattutto da chi è investito di una carica pubblica, ancor più amministrativa che deve avere a cuore il pensiero dei cittadini che si esprime nel voto, nel referendum, nelle consultazioni, e ancora nelle commissioni, nei consigli comunali e in tutte le forme di democrazia diretta che sono alla base della vita amministrativa di una comunità». Si è già votato quattro volte in quarant’anni, però, e ha sempre vinto il no. «Il quesito è stato posto altre volte ma sono cambiati i tempi e le dinamiche. Il fatto stesso che la lingua continuamente batta su questo dente, vuol dire che in qualche maniera duole e allora chiediamoci perché ma non mettiamo il tappeto sopra la polvere, è molto pericoloso».

Costi e quorum

Indire un referendum costa, il prossimo è il quinto: si parla di quasi 5 milioni di euro che, compreso il prossimo, sono stati finanziati dalla Regione, cioè da tutti i veneti. «Detto che invitare a non votare, come fa Brugnaro, rischia di rendere appunto tutto inutile, i costi non sono un problema perchè la democrazia non può essere vista con il borsellino in mano. Rifiuto questo tipo di approccio fondamentalistico: ci stracciamo le vesti, facciamo i provvedimenti per le macchine blu e il taglio dei parlamentari… tutte cose che non servono a niente se non a parlare alla pancia delle persone. Il vero problema è la consapevolezza, la capacità critica delle persone che si troveranno, come altre volte, a votare». Resta il tema del quorum, che la Regione ha voluto e che i separatisti contestano. Il funzionario di Confartigianato si augura che «l’affluenza sia minimo del 55-60 % per avere un valore politico, ma avrebbe un senso anche se fosse minore. Perché comunque espressione dei cittadini. Bisognerebbe capire però da dove. Non dimentichiamo che Venezia è sempre più scarsa di voti perché non c’è più la gente, i voti sono a Mestre, a Marghera, che sono meno interessate alla separazione. Bisognerebbe che anche i mestrini capissero che conviene forse quasi prima a loro. E comunque oggi ad entrambe».

«Io favorevole alla separazione»

La posizione del sindaco Brugnaro non sorprende De Checchi: «vista la cifra culturale e amministrativa del suo mandato, non mi stupisco più di niente. Ma che messaggio dà ai giovani? Da una parte fa il sindaco dei ragazzi con il loro consiglio comunale e poi cambia giacca e dice che votare non ha senso?». De Checchi (che non voterà perchè «non ho la residenza a Venezia») voterebbe a favore della separazione: «Sono un separatista di nuovo arruolamento. In passato c’erano delle illusioni collettive su cui si basava buona parte dell’unionismo. Una di queste era la città metropolitana, che si è rivelata un bluff. Allora si pensava di poter fare ancora qualcosa per Venezia e per il cancro che aveva colpito la città. Oggi chi è unionista non è convincente: qui c’è un problema grande come una casa e cioè Venezia e il centro storico».

«Venezia è una non città»

La riflessione si estende alla situazione generale di Venezia: «sta diventando una non città, perché non è più un insieme di cose, e cioè studenti, vecchi, giovani, donne, uomini, artigiani, commercianti, banche e uffici. Una città dove ci sono solamente turisti e bar e al massimo ristoranti e b&b, è un parco a tema. Non c’è gente che ci vive, chi va a farsi una chiave dal ferramenta, chi va dal parrucchiere, dal corniciaio, dal materassaio. E’ così che gli artigiani muoiono e per rimettere tutto in moto vanno rilanciati i ceti abitativi e va abbassata la morsa del turismo». Il problema centrale e fondamentale, anzi il «male» è un «turismo, che non è di oggi e neanche di ieri, e certo non se lo sono inventati né Brugnaro né la giunta attuale,  che non è mai stato gestito. E’ un turismo che sta distruggendo il telaio socio-economico di Venezia e il sistema per uscirne è quello di avere uno choc di attenzione di livello locale ma soprattutto internazionale ed europeo, significa avere un sindaco e una giunta che si occupino solo di Venezia e che portino a Bruxelles la tematica e le specialità della città».