Talebani al Teatro Olimpico

Chi dovrebbe regolare, cioè il Comune di Vicenza, manca di coraggio da decenni. L’utilizzo di massa lo mette a rischio. Così il rigore diventa ossessivo. Con tratti di assurdità

Cosa sta succedendo all’Olimpico? Che da tempo il teatro sia in “overbooking” organizzativo è sotto gli occhi di chiunque si interessi a quel che vi accade, per passione o per mestiere. Tutti lo vogliono, tutti lo ottengono. Far quadrare il calendario è ormai da anni l’incubo dei funzionari dell’assessorato alla cultura, tirati per la giacchetta da organizzatori di ogni tipo (non solo teatro e musica, ma manifestazioni civili, premi, incontri, congressi, eccetera eccetera). L’affollamento delle manifestazioni è da anni endemico, ma continua a mancare un “piano regolatore”. Sarebbe un atto di coraggio: il proprietario, cioè il Comune di Vicenza, si riserva il diritto di valutare la qualità e l’importanza culturale, artistica e/o sociale delle richieste e se del caso di fare una graduatoria. Chi è meno bravo avrà meno possibilità di ottenerlo di chi è più bravo. Si privilegia l’eccellenza, questa parola omnibus ormai rovinosamente svalutata, con la quale tutti oggi si gargarizzano, tranne quando ha davvero senso usarla.

Nessuna amministrazione comunale, di qualsiasi orientamento, ha mai avuto questo coraggio da decenni a questa parte. Che poi significherebbe semplicemente (si fa per dire) assumersi la responsabilità della “direzione artistica” del teatro Olimpico. Nel senso etimologico del termine: stabilire il percorso. Tenendo presente che trattasi pur sempre di un monumento molto visitato e che nessuno può pensare di rinunciare ai turisti che pagano il biglietto anche solo per ammirarlo e non necessariamente per vedervi teatro o ascoltarvi musica. Così, l’affollamento dell’Olimpico dalla parte del palcoscenico ormai è una grana: non si ragiona nemmeno più per giornate, ma per parti di giornata, segmenti, finestre di qualche ora per far finta che ci sia la possibilità di una prova decente fra un convegno, una premiazione e l’orario di apertura per i turisti. Ed è comprensibile che salga il livello di precauzione se non addirittura di allarme per quanto riguarda uno dei due doveri fondamentali del proprietario, la tutela.

Beninteso, la tutela è indispensabile e di essa devono farsi parte diligente tutti quelli che “usano” l’Olimpico: non si può toccare niente, non si può portarci dentro (quasi) niente. Il Comune proprietario ha il dovere di conoscere in anticipo che cosa il teatrante (o musicante) del momento intende fare, di passare tutte le informazioni alla Sovrintendenza ai monumenti, di ottenerne l’autorizzazione e se del caso di pretendere le modifiche necessarie a rendere qualsiasi intervento “compatibile” con lo spazio palladiano.

Non è stato sempre così. C’è stata un’epoca in cui i limiti erano affidati al buon senso e al senso della misura. Sarà stato un caso, ma l’Olimpico è arrivato piuttosto bene fino al tempo presente nonostante questa lunga deregulation. Ma è anche vero che fino a un decennio fa l’attuale uso intensivo non era neanche immaginabile. Del resto, dopo che all’inizio degli anni Novanta è stato definito il rigidissimo regolamento oggi in vigore, non è mancato chi se ne è bellamente infischiato. Perché se per tutti il vangelo era ed è che non si tocca nulla della struttura monumentale (statue, colonne stucchi), poteva anche capitare che qualche regista, per di più direttore di teatro pubblico, facesse piantare un chiodo per attaccarci un filo, come se si trovasse in un teatro normale.

E correvano i primi anni Duemila. Da allora, si può sperare che di simili genialate non ne siano accadute più. Casomai, ora il problema è l’utilizzo di massa. Questa situazione rende i necessari controlli sempre più frequenti e precari, ed è comprensibile che qualcuno all’Olimpico abbia i nervi tesi. Anche se questa condizione (il nervosismo, intendo) a sua volta tende a mettere in secondo piano il buon senso. E pure il senso della misura. In breve, le voci dal mondo degli organizzatori che hanno a che fare con l’Olimpico da tempo raccontano che una sorta di rigore talebano si sta spandendo non tanto fra chi deve prendere le decisioni regolamentari del caso, ma fra chi deve attuarle o farle rispettare. Tecnici, custodi, “controllori”: tutti con la faccia dell’arme, o come si direbbe con straordinaria espressione veneta, “a muso duro e bareta fracà”.

Un esempio? Concerto di musica barocca, una di queste sere. Gli strumentisti suonano tutti in piedi. Verso la “porta regia”, quindi più vicini ai sacri stucchi, stanno come vuole la prassi gli strumenti a fiato. Si parla di un ensemble di una quindicina di persone in tutto. All’improvviso, durante l’esecuzione si vede una persona entrare in scena con passo determinato dalla stessa entrata degli artisti (lato sinistro per chi guarda dalla gradinata). Fatti pochi passi si ferma brevemente, poi taglia con piglio deciso il palcoscenico dirigendosi verso il grande arco centrale. In teatro, un simile ingresso significa solo una cosa: emergenza. Un malore di chi sta in scena, un improvviso e serio problema, che so, un imminente rischio d’incendio o di incolumità per qualche grave imprevisto. Per un attimo, non lo nascondo, provo una punta di preoccupazione. Poi il chiarimento: l’intruso (altro modo di chiamarlo non c’è) si avvicina a uno dei fiati, che non essendo impegnato da alcuni minuti nell’esecuzione si era sventatamente avvicinato a una colonna, appoggiando il gomito sul basamento. Un gesto secco e chiaro e il musicista colto in fallo si ritrae prontamente. Bravo il direttore dell’ensemble: l’esecuzione continua liscia, come nulla fosse accaduto.

Ecco, è dopo un episodio del genere, minimo ma soprattutto grottesco (per quel che vale, mai visto niente del genere in 50 anni di frequentazioni della sala palladiana), che viene da chiedersi cosa sta succedendo al teatro Olimpico. Subito dopo, un interrogativo riguarda chi ha compiti direttivi: sono state impartite proprio queste disposizioni, cioè oggi gli addetti devono subito entrare in scena se ravvisano qualsiasi violazione anche minima del regolamento? E infine si arriva al domandone: ma un gomito malandrino viola davvero il regolamento, se impropriamente si appoggia sulla base di una colonna? Non va bene e non si fa, certo. Ma ditecelo, se la situazione di pericolo per l’Olimpico è tale per cui un gesto del genere va immediatamente bloccato e non basta una pacata osservazione alla prima pausa. Dobbiamo preoccuparci davvero? Basta saperlo, è sempre pronta la soluzione globale per qualsiasi problema dell’Olimpico, indicata molti decenni fa, in icastico dialetto veneto, dal compianto senatore Giustino di Valmarana: «Cadenasso!»