L’amore virtuale e il sesso in chat: la poesia di Viviana Viviani

La poesia italiana insiste nel parlare di fiori, ruscelli e cascate. Ma dove li vedono, tra smog e social? Ci vuole una scossa

La poesia italiana avrebbe bisogno di una scossa, un restyling profondo e salvifico. Mentre tutto sommato la musica popolare si è adeguata ai tempi, la lirica ricorda un po’ quegli impiegati di cinquant’anni incapaci di mandare un’email nel 2019. In poesia, quasi mai ci sono riferimenti al quotidiano, alla città, alle autostrade, ai centri commerciali, i monolocali, le serie televisive di Netflix, gli smartphone. Si continua con questo fumoso esistenzialismo autoreferenziale, con un linguaggio falsamente aulico, in realtà solo ridicolo. E poi, la Natura!

Malgrado le nostre campagne siano spopolate oramai da decenni e il grosso degli italiani viva in città di medie dimensioni, i poeti insistono nel far riferimento unicamente a fiori, mari, ruscelli, cascate. Non si capisce francamente dove li vedano tra lo smog e il sottosuolo che attraversano ogni giorno in metropolitana. La cosa è grave, se si pensa che già negli anni ’80 persino uno come Lorenzo Cherubini, in arte Jovanotti, cantava la similitudine “Sei come la mia moto”, dimostrando come nel mondo contemporaneo l’oggetto abbia preso il sopravvento e ciò non possa essere ignorato. Oggi, una simile consapevolezza è un dato acquisito in quell’ambito artistico. In generale, è la sensibilità a essere mutata e i termini di paragone sono stati sostituiti da tutte quelle icone e oggetti sociali che contornano la nostra esistenza. Basti considerare le canzoni postmoderne dei Kaufman, come Macchine volanti (“Sei sparita già da un giorno/ Mi consolo con un porno/ In lingua originale…”), o quelle di Marianne Mirage (“L’amore è finito/ coi buoni benzina, come House of Cards”), in cui l’orizzonte di riferimento è completamente calato nella modernità liquida.

Una delle poche che in tal senso sembra distinguersi è Viviana Viviani, appena uscita per Controluna con Se mi ami sopravvalutami (prefazione – mirabile – di Franz Krauspenhaar e postfazione del sempre lucidissimo Giuseppe Cerbino). La poetessa, forse proprio perché aliena al circuito degli addetti ai lavori – è un ingegnere –, non risente, come la maggior parte degli autori, di una tradizione che è più un fardello insormontabile e un limite invalicabile. Se il nostro mondo è cambiato e di aulico non ha proprio più niente, la Viviani riesce ad adeguare la sua espressione a esso. In tal senso è, per esempio, paradigmatica della raccolta e del suo spirito innovativo Non mandarmi il tuo cazzo in chat (“Non mandarmi il tuo cazzo in chat/ che ancora non ho navigato/ le lunghe vene delle tue braccia/ né attraversato fiumi/ camminando sulle tue vertebre./ Non ho sovrapposto le impronte digitali/ per vedere se si assomigliano/ e nemmeno disegnato ghirigori/ tra le nocche delle tue mani./ Non ho contato una ad una/ le tue ciglia nel sonno/ o soffiato parole audaci/ nel labirinto delle tue orecchie./ Non ho ancora cercato l’orsa maggiore/ tra le costellazioni dei tuoi nei/ né dato un nome a quelle senza nome/ sulla volta della tua schiena./ Non conosco le risse/ dietro le tue cicatrici/ e non so se odori più di bosco/ di biblioteca o di autogrill./ Non mandarmi il tuo cazzo in chat/ o finirà tra i tanti cazzi senza storia/ che vivono nelle chat/ spade di pixel sguainate nel nulla/ non voglio sapere la sua solitudine/ prima di conoscere la tua”). Sarebbe moralistico e idiota sostenere che oggigiorno l’amore non sia anche questo, scambiarsi foto delle parti intime su Facebook, e che anche i poeti – e i critici – lo facciano, pur guardandosi bene dal metterlo in versi.

Quella della Viviani è in tal senso una ricognizione ad ampio spettro delle mutazioni antropologiche del sentimento nell’epoca ipertecnologica e un tentativo di “sopravvivenza nel mondo contemporaneo” come dice il prefatore (“Mi hai mandato una rosa/ fatta di punteggiatura./ I petali sono parentesi/ e virgole le spine[…] Domani farò qualche errore di distrazione/ pensando alle mie dita/ sulla tua pelle/ liscia e senza odore/ come lo schermo del mio pc…”). Ma sopravvivere a questo, come saprà chiunque abbia un minimo di consuetudine con la letteratura edulcorata e di maniera oggi in circolazione, spesso comporta avere il coraggio di dire ciò che gli altri scrittori non dicono.