Schei finiti: inventiamoci un altro Veneto

L’epoca d’oro del modello “lavorare tanto, lavorare tutti” é entrato in crisi da tempo. Ma ci piace crogiolarci nel mito passato. Invece la realtà va avanti. Ed é fatta di povertà, inquinamento e immigrazione da integrare

La crisi del Veneto non è solo economica, ma morale e politica. Come notato a suo tempo da Pasolini e Fernando Camon, il Veneto è passato in pochissimi anni da un comunitarismo legato principalmente alla Chiesa cattolica e alle sue gerarchie/associazioni, ad un individualismo basato sull’idea che se lavori duro ascendi socialmente, e se ascendi socialmente crei lavoro per altri e permetti la loro ascesa. Era l’epoca delle fabbrichette dove ti prendevano garzone a 14 anni, e con i risparmi e l’esperienza acquisita a 30 aprivi il tuo laboratorio, che spesso riceveva le prime -laute- commesse dalla fabbrica da cui provenivi.

Quello fra il “padrone” e i dipendenti era un tacito patto di matrice corporativa: io per qualche anno ti do salario e competenze, tu diventerai a tua volta “padroncino” e non mi farai concorrenza. Questo patto è iniziato negli anni ’70, ha mostrato le prime falle negli anni ’90 (con Tangentopoli e il crollo della DC) ed è fallito con la crisi del 2008, quando la perdita del potere d’acquisto dei salari, la disoccupazione ad alti livelli, il precariato e la difficoltà di ottenere prestiti bancari hanno reso impossibile ai dipendenti il sogno di emanciparsi dal datore di lavoro e crearsi la propria azienda. Il problema è che su questo patto si basava, e si basa ancora oggi, non solo un sistema economico, ma la nostra identità, la nostra idea d’essere comunità.

Il legare la nostra identità al produttivismo, alla continua ed inarrestabile espansione economica e all’ascesa sociale, ha avuto come lati oscuri lo stigma della povertà, il silenzioso disprezzo per gli elementi deboli ed improduttivi (malati, disadattati, anziani ecc), l’inquinamento pervasivo, la scarsa lungimiranza nel pensare un sistema di welfare capace di reggere periodi di recessione. Il contrappeso storico a questi lati oscuri era la morale cattolica, che nel bene e nel male costringeva, tramite la carità, a reinvestire i profitti sul territorio a favore degli svantaggiati, morale che è andata sempre più evaporando, e di cui oggi rimane solo un’ombra. E’ vero, l’abbiamo sostituita con l’associazionismo, di cui siamo eccellenze in Italia, ma il nostro associazionismo è sempre stato pensato come un arrangiarsi per sopperire al welfare state, una lega di individui (non una comunità) che si mette temporaneamente assieme per far qualcosa che serve, senza sviluppare legami più profondi della reciproca utilità. Ora il sistema Veneto imbarca acqua da tutte le parti, ma nessuno tenta di riformarlo radicalmente.

La richiesta dell’autonomia in fondo è l’estremo tentativo di tornare all’epoca d’oro delle fabbrichette e dei padroncini, del sogno dell’ascesa sociale aperta a tutti. Siamo così legati a questo sogno, che non abbiamo protestato né battuto ciglio quando ai vecchi lavori dove prendevi uno stipendio dignitoso e imparavi un mestiere, sono subentrati i lavori spazzatura, con paghe bassissime, precariato assicurato e mansioni talmente dequalificate da essere inutilizzabili altrove. Ci siamo detti “è sempre lavoro… ti pagano comunque… qualcosa impari…”, quindi taci e lavora. Arrabbiati per le falle sempre più macroscopiche del sogno veneto, ce la siamo presa con gli immigrati, rei di abbassare i salari e rendere insicure le nostre attività commerciali: negli anni ’90 odiavamo i “terroni”, dal 2000 in poi gli “extracomunitari”, poi ci siamo stancati anche di quello e ci siamo rinchiusi in un isolazionismo sempre più cupo.

Paradossalmente proprio quando il nostro sistema è entrato in crisi, abbiamo avuto il massimo del nostro peso politico nazionale: Forza Italia prima e la Lega (una volta Nord) dopo, hanno pescato dalla nostra regione non solo quadri e ministri, ma un intero arsenale di temi, dall’ossessione per l’inviolabilità della piccola proprietà privata all’idea del produttivismo come fondamento dell’identità nazionale. Come sappiamo, entrambe sono fallite, lasciando macerie di cui ancora paghiamo le conseguenze (il clientelismo dell’epoca Galan, la mancata autonomia rincorsa da Zaia). Ma soprattutto ci hanno illuso che se avessimo avuto peso a livello nazionale, le crepe sarebbero state sanate. L’idea che sia l’intero sistema Veneto da rivedere, non ci è mai passata per la testa.

Forse è ora di cambiare totalmente prospettiva, e pensare ad un’identità culturale e politica slegata dal sogno dell’ascesa sociale e del produrre ad ogni costo. Un’identità che includa la seconda generazione (i figli d’immigrati nati qui), a cui il massimo che abbiamo offerto finora è l’idea dell’assimilazione (“diventa come noi e farai i soldi”), e la tematica del contrasto alla povertà e all’inquinamento, problemi endemici che evitiamo d’affrontare come la peste perché incompatibili con il produttivismo. Accettiamolo: l’epoca in cui eravamo la terra in cui “tutti poe fare i schei” è finita. Quando lo accetteremo, saremo liberi di inventarci un altro Veneto.

(ph: shutterstock)