Minali vs Bedoni, il capitalismo dei capitali contro il sistema di relazioni

La guerra in Cattolica fra il presidente e l’ex amministratore delegato si combatte sulla struttura di potere, ancorata al regime cooperativo (come quello delle banche popolari prima della riforma e del crac). E l’ancièn régime si arrocca

«Non serbo rancore convinto che si tratti di una decisione profondamente sbagliata». Il tono quasi evangelico si accompagna alla durezza nella sostanza: Alberto Minali, da giovedì 31 ottobre non più amministratore delegato di Cattolica Assicurazioni, non intende darla vinta al presidente Paolo Bedoni e ai quattordici dei diciassette componenti del cda che l’hanno esautorato per «divergenza di visione» sul futuro della compagnia. E infatti al siluramento non sono seguite le dimissioni, ma una lettera ai dipendenti scritta di getto in cui l’ex ad rivendica la strategia avviata che secondo lui – ma non secondo Bedoni & C – avrebbe dovuto portare la Cattolica ad abbandonare lo status di coooperativa per trasformarsi in una società per azioni. Una prospettiva di cambiamento epocale che ha fatto divaricare le rispettive posizioni fino alla defenestrazione finale, dopo due anni dalla sua chiamata a ricoprire la poltrona più importante. Ma evidentemente nient’affatto blindata.

C’erano stati altri motivi di scontento, ma nessuno di portata paragonabile. C’è chi aveva malvisto alcune sponsorizzazioni (la Nazionale di rugby) o l’ingresso da soci sostenitori nella società della Scala di Milano. Ma questa volta Minali, per il vertice veronese, ha oltrepassato il segno, cercando di intaccare il sistema di potere imperniato sull’assetto cooperativo. In un regime mutualistico, infatti, contano i voti dei soci in assemblea, e finora il presidente Bedoni se n’è assicurato il controllo. La mutazione in spa metterebbe in serio pericolo gli equilibri costruiti negli anni, con l’ascesa potenzialmente irresistibile di nuovi investitori che potrebbero procedere alla conquista mettendo sul piatto tutto il peso dei propri capitali. E’ stato Minali a portare già dentro uno dei più grossi finanzieri del pianeta, lo statunitense Warren Buffett, con la considerevole quota del 9% (che era ciò che restava della partecipazione della fu Banca Popolare di Vicenza). Ed è stato sempre Minali a volare più volte oltre Atlantico per far rilevare un altro 10% a un nutrito gruppo di fondi americani. Il suo disegno, insomma, era chiaro: far compiere alla Cattolica, già quotata in Borsa e operante come qualsiasi altra società coi road show nelle piazze finanziarie, quel salto finale nel mondo del mercato puro del capitalismo senza ibridazioni. Dove a contare sono più i capitali delle relazioni.

Per il “sistema Bedoni”, un’ipotesi semplicemente inaccettabile. Così a Minali, che stava lavorando all’aumento di capitale da 600 milioni, sono state tolte le deleghe, girate al direttore generale Carlo Ferraresi, lasciandolo tuttavia in cda (forse per trovare un accordo economico di uscita). Contro il Bedoni system si erano attivati da ultimo l’avvocato Giuseppe Lovati Cottini e il finanziere Luigi Frascino, che hanno tentato di convocare un’assemblea straordinaria per l’inizio dell’anno venturo con l’obiettivo di scardinarlo, modificando lo statuto per porre dei limiti di mandato e di età agli amministratori, presidente in primis. Una convergenza di interessi nell’immediato, quella fra Minali e i due “ribelli”, ma non un’intesa strategica, dato che costoro puntano a scalzare il sovrano sul trono, non a ridefinire la natura genetica della compagnia. Significativa la contrarietà alla de-minalizzazione di soli due consiglieri nel board, Cesare Brena e Rossella Giacometti: prova che il regno bedoniano ha ancora la sua forza, sia pur giocando in difesa.

La scelta di Bedoni e dei suoi sembra essere l’arrocco. L’influente finanziere trevigiano Massimo Malvestio, in un’intervista di ieri ai quotidiani veneti del gruppo Gedi-Repubblica, rivela di avergli proposto di passare alla società per azioni «con un limite molto basso al possesso di ciascun socio», cosicché Cattolica rimanga «non contendibile» e con testa a Verona (leggi: salvando, almeno nel breve-medio periodo, l’assetto di potere dominante al suo interno) ma cominciando ad «essere governata con regole di mercato». Pare che Bedoni non abbia apprezzato l’idea: «vuole un modello in cui chi comanda non mette i soldi», ha concluso Malvestio. La cacciata di fatto di Minali non sembra essere stata gradita neppure da Cariverona (che ha il 3,4% delle azioni di Cattolica), colta di sorpresa dal blitz. Nel capoluogo scaligero, in questi giorni di ponte d’Ognissanti, al subbuglio nelle retrovie è corrisposta la calma piatta ufficiale: il sindaco Federico Sboarina è alle prese con il caso Balotelli, e nessun altro soggetto di peso é intervenuto sulla guerra in corso in Cattolica. As usual, anche se tutti sanno che nessuno è eterno, neanche Bedoni, meglio attendere di vedere come va a finire, per non compromettersi.

(Imagoeconomica)