Odio e dintorni, bloccato perchè Fb (e qualche scemo di guerra) non capiscono i paradossi

Storiella ormai comune in tante bacheche: si finisce in punizione per un post fuori dagli “standard”. Cioè a volte troppo intelligente per la media algoritmica

Questo commento viola i nostri Standard della community in materia di incitamento all’odio“. Ultimamente questa scritta orwelliana compare piuttosto spesso, sulle bacheche degli utenti di certi social network. Con apposita schermata a ciel sereno è apparsa a chi vi scrive questa noterella, da raccontare giusto perchè potrebbe capitare anche a tutti. Anche a chi si crede al riparo da ogni censura perchè animato dai più caritatevoli sentimenti di bontà verso l’immeritevole genere umano.

Dunque. Ieri mattina il vostro ingenuo scrivente posta sul suo Facebook personale l’incipit di un articolo pubblicato ieri sul Fatto Quotidiano – che è un quotidiano nazionale non un forum di ingiuriatori – a firma di Massimo Fini – che non è proprio l’ultimo arrivato, ma una delle migliori penne del firmamento giornalistico italiano. Il titolo del pezzo, tanto per capirsi, è: “Ma l’odio non si può arrestare”. Si parla, insomma, della recente iniziativa di una commissione parlamentare contro gli odiatori, vil razza dannata ancorché di ambigua definizione (se io dico di odiare, che so, gli statunitensi intesi come Stati Uniti per le imprescrittibili sevizie di Abu Ghraib o di Guantanamo, sono passibile di istruttoria e sanzione? E per tutte le altre possibili mie intolleranze, non è sufficiente il codice penale, compresa la già per altro discutibile eppur vigente legge Mancino? Mah).

Ebbene di buon mattino lo sciagurato sottoscritto riprende dall’abituale rassegna stampa il primo paragrafo, paro paro così come recita: «Detesto gli ebrei, detesto i musulmani, detesto i serbi, detesto i croati, detesto gli italiani, detesto gli americani, detesto gli omosessuali, sono orgoglioso di essere ebreo, sono orgoglioso di essere musulmano, sono orgoglioso di essere serbo, sono orgoglioso di essere croato, sono orgoglioso di essere italiano, sono orgoglioso di essere americano, sono orgoglioso di essere omosessuale. Se scrivo queste cose passerò sotto le forche caudine della Commissione straordinaria la cui istituzione è stata votata il 30 ottobre per il contrasto a “intolleranza, razzismo, antisemitismo e istigazione all’odio e alla violenza nelle loro diverse manifestazioni di tipo razziale, etnico nazionale, religioso, politico e sessuale”?».

Dopo un’oretta circa, il Big Brother si presenta proditoriamente comunicandomi che il mio post non è più visibile ad altri se non a me, e che per 24 ore il mio account è bloccato, ovvero non posso pubblicarne altri né posso commentare quelli altrui, e nemmeno mettere in circolo dopamina virtuale mettendo like in giro. La cosa mi disturba alquanto, benchè una giornata intera di sana astinenza, penso, non mi farà male, anzi. Noto tuttavia che sulla bacheca di un altro “amico” facebookiano l’intero articolo resta intatto, leggibile e tronfio nella sua bellezza (poichè, fra parentesi, è scritto da dio). Gli smanettoni in redazione mi fanno presente che in questi casi ad azionare la mannaia di mister Zuckerberg è qualche altro utente, ben nascosto fra i suddetti “amici” elettronici, che mi ha segnalato all’occhio interno della multinazionale, che a quanto si sa fa scattare la punizione automaticamente, secondo parole chiave gestite da un algoritmo.

Una persona mediamente intelligente, leggendo il brano, capisce senza difficoltà che trattasi di argomentazione per paradosso (dalla Treccani: “Affermazione, proposizione, tesi, opinione che, per il suo contenuto o per la forma in cui è espressa, appare contraria all’opinione comune o alla verosimiglianza e riesce perciò sorprendente o incredibile”), nello specifico di un commento che non aveva nulla di malvagio, razzista o discriminatorio, neppure – ma qui ci sbagliamo, evidentemente – per le regoline di una piattaforma online.

Dicevamo una persona, però. Umana. Con un cervello umano, in teoria. Ossia capace di interpretare quel minimo che basta per comprendere il significato oltre la nuda e cruda lettera delle parole. Sui social network no, non funziona così: com’è notorio, sono formule matematiche a gestire i contenuti, e solo in seguito, eventualmente, intervengono addetti dotati di materia grigia umanoide. Pace: lo sappiamo. E infatti nessuno stupore. A far salire un po’ il nazismo (avvertenza per i meno dotati: è un modo di dire, non va preso alla lettera) è quel qualcuno anonimo segnalatore che nel cranio ha un particolare e ahimè estesissimo algoritmo che esiste dalla notte dei tempi e che combacia perfettamente con quello informatico: l’imbecillità.

Ps: ehi, anonimo: se ti becco, ti compatisco.