Anticorpi ‘bifronti’ contro il cancro: “L’arma del futuro”

Milano, 7 nov. (Adnkronos Salute) – di Paola Olgiati
Una proteina artificiale che da un lato aggancia la cellula tumorale e dall’altro arpiona la cellula-soldato del sistema immunitario, che tramite questa struttura bifronte ‘trait d’union’ potrà distruggere il suo bersaglio. Funzionano così – come ‘ponti’ tra cellula malata e linfocita – gli anticorpi bispecifici, arma futura dell’immunoterapia anticancro che nei laboratori di ricerca sta già guardando oltre le Car-T.
“Rispetto a queste ultime, che come noto vanno fabbricate su misura per ogni singolo paziente” per modificarne i linfociti T in modo da scatenarli contro la malattia, “gli anticorpi bispecifici potranno essere ‘universali'”, ossia uguali per ogni paziente che potrà beneficiarne, e pur cari “saranno sicuramente meno costosi delle Car-T perché verrebbero prodotti come un normale farmaco”. Lo spiega all’AdnKronos Salute Riccardo Dalla Favera, ematologo italiano in forze negli Usa dove dirige l’Institute for Cancer Genetics della Columbia University di New York e insegna genetica.
, Dalla Favera è tornato per qualche giorno in Italia per partecipare nel capoluogo lombardo al ‘Grandangolo in Ematologia’, una 2 giorni promossa dall’Accademia nazionale di medicina e presieduta da Armando Santoro, direttore del Cancer Center dell’Irccs Humanitas e docente di Humanitas University. Durante l’evento, il nutrito palmares dello scienziato si è allungato di una voce: il Premio Chirone (International Chiron Award for Biomedical Research and Training) che ha ricevuto dal rettore di Humanitas University, Marco Montorsi, per i suoi studi sulla genetica del cancro e in particolare dei linfomi.
Se le Car-T rappresentano una novità soprattutto in Italia – che almeno in Europa è stato “l’ultimo Paese a introdurle”, osserva Dalla Favera, concedendo fra l’altro la rimborsabilità “soltanto a una delle due Car-T disponibili” e approvate dall’Agenzia europea del farmaco Ema – per questo trattamento i problemi su cui lavorare non mancano. Uno riguarda ovviamente i costi (sul tisagenlecleucel è stato fissato un prezzo ex factory di 320 mila euro a paziente), sicuramente alti per un Servizio sanitario nazionale universalistico sempre più alle prese con il nodo sostenibilità. Un altro è appunto il fatto che le Car-T vanno prodotte ‘ad personam’, ingegnerizzando le cellule immunitarie del malato in officine autorizzate e dotate delle competenze e delle attrezzature necessarie. Elemento che certo contribuisce al prezzo della cura.
“Gli anticorpi bispecifici hanno il vantaggio di essere un reagente per tutti e la possibilità di una produzione industriale ‘di massa’ ridurrebbe naturalmente anche i costi”, riflette lo scienziato. “Alcuni sono già allo studio – sottolinea – La sperimentazione è arrivata alle fasi cliniche preliminari e riguarda sempre neoplasie di competenza onco-ematologica”: tumori del sangue, dunque, lo stesso target delle Car-T tisagenlecleucel e axicabtagene ciloleucel al momento indicate per specifiche forme di leucemie e linfomi. “Si punta a usarle anche contro i tumori solidi e tuttavia sarà molto difficile – ritiene Dalla Favera – perché quando la terapia, oltre a uccidere le cellule malate, distrugge anche quelle sane, mentre le cellule del sangue sono rinnovabili quelle degli altri organi non ricrescono”.
“Lo stesso problema – ammette l’ematologo – ce l’hanno anche gli anticorpi bispecifici” che tuttavia, ribadisce, avrebbero gli altri vantaggi di ‘universalità’ e costi di produzione inferiori. “Le Car-T restano comunque un tema di grandissima attualità – tiene a chiarire Dalla Favera – Se ne stanno studiando di nuove, con nuovi bersagli, e se ne parlerà sicuramente anche al prossimo Congresso dell’Ash, l’American Society of Hematology”, a Orlando in Florida dal 7 al 10 dicembre.
Un altro grandissimo capitolo riguarda “la genetica del cancro, perché più genetica si conosce – dice lo scienziato – e più target terapeutici si hanno”, quindi più trattamenti si possono disegnare per un numero sempre maggiore di pazienti. E su questo fronte resta da scandagliare praticamente tutto il Dna, se si pensa che “finora la genetica dei tumori si è concentrata nella stragrande maggioranza dei casi sui geni che codificano per proteine”. Ma Dalla Favera ricorda che “solo il 3% del nostro genoma produce proteine. Il resto, il cosiddetto Dna non codificante, ha importanti funzioni regolatorie”, cruciali per modulare l’attività delle porzioni codificanti, “e ci sono già esempi di mutazioni tumorali che lo riguardano”. Ben lungi dall’essere “spazzatura” come veniva definito un tempo, insomma, il Dna non codificante potrebbe nascondere una miniera d’oro ancora tutta esplorare.