Manca, il “doge”: «Non credo a Maniero»

Manca, ex mala del Brenta, dopo il carcere ha scritto un libro che diventerà un film: «Non riesco a credere che stia succedendo»

Non ha passato un giorno con le mani in mano, Giampaolo Manca, una volta scontati trentasei anni, otto mesi e due giorni di prigione, di cui dodici anni in isolamento con il regime 41-bis. Chiamato “il doge”, aveva iniziato giovanissimo la sua carriera criminale, fino a diventare sodale della mala del Brenta. Rapine, traffico di stupefacenti, i fiumi di denaro, tre omicidi: un escalation che si conclude con il pentimento del boss Felice Maniero, che porterà in carcere lui e un altra quarantina di persone. Manca i suoi anni di carcere li ha fatti tutti, anche quello duro riservato ai mafiosi, e adesso si dice «sereno». Tra le altre cose organizza anche eventi di beneficenza: il prossimo nella prestigiosa Villa Giustinian Marcello a Mogliano Veneto, per bambini e madri in difficoltà.

«Da quando sono uscito ho passato ogni singolo giorno a cercare di spiegare alla gente che sì ho commesso delle cose terribili, ma sono cambiato, sono un uomo nuovo e voglio passare il resto dei miei giorni ad aiutare i bambini meno fortunati, poveri, disabili o vittime di abusi» ci tiene a sottolineare subito Manca, che in questi due anni si è guadagnato un certo spazio grazie al libro “All’Inferno e ritorno“, che verrà tradotto in russo e diventerà presto un film in due episodi, grazie all’interesse del produttore Francesco di Silvio. Per il suo personaggio si fanno nomi importanti, come Vincent Cassel che, in effetti con “il doge” ha una certa somiglianza. In partenza anche un volume fotografico con i luoghi della sua memoria.

Difficile però non chiedergli cosa ne pensa dei due fatti che hanno tornare prepotentemente la mala del Brenta sulle prime pagine dei giornali: l’uscita dal carcere nei giorni scorsi del “braccio armato” Antonio “Mario” Pandolfo e il ritorno di cella di Maniero. Qualcuno ha voluto leggerci delle strane coincidenze, visto l’odio giurato al boss dall’ex sodale, l’unico a non aver mai parlato. «Ma non diciamo sciocchezze – taglia corto Pandolfo – Ma può sembrare anche solo verosimile che uno come Marietto, con il carattere che ha, abbia passato decenni a dire a destra e a manca che avrebbe ucciso Maniero? Ma mai, nemmeno agli amici, avrebbe potuto dire una cosa del genere. Sono solo suggestioni giornalistiche».

Ben diverso il tono quando commenta l’arresto di Brescia e l’ingombrante presenza psicologica che il suo ex boss ha ancora nella sua vita, suo malgrado: «Maniero avrà un giusto processo quando verrà giudicato dal tribunale di Dio. Con gli uomini ha trattato. Il suo pentimento ha salvato la Procura veneziana, che sarebbe finita a Trieste (ndr: il tribunale che giudica i magistrati lagunari) e in cambio di una operazione epocale, che fatto spiccare carriere, ha ottenuto di essere giudicato come pentito mafioso, con tutti i benefici del caso. Nemmeno i soldi gli hanno tolto, e siamo parlando di decine di miliardi di vecchie lire che nessuno sa dove siano. Io sono un rapinatore, un trafficante, perfino un assassino, ma mai mai mai un mafioso. No xe la nostra mentalità».

Manca non crede quindi all’ipotesi che Maniero abbia picchiato la compagna perché finito senza soldi, anzi, non crede nemmeno che abbia picchiato la compagna: «Ho in mente una frase della sua mamma, Lucia Carrain: “Ne ga copà tuti“. Quando lui ha scelto di pentirsi non aveva avvisato nemmeno la famiglia e poi l’ha usata per avere maggiori protezioni. Essere famigliare di un pentito come Maniero è anche quello un inferno, come il carcere. E finisce che si impazzisce».