Precarietà, i giovani contro? Macchè: meno stabilità, meglio è

La mentalità “si vive una volta sola” vede nel lavoro solo diritti e non doveri. Il contratto a tempo indeterminato è visto come necessaria solo per “accedere al mutuo”

In nome della “sacrosanta” lotta al precariato lavorativo, oggi si sviluppa un attacco frontale agli istituti contrattuali di flessibilità, normalmente condotto da chi dimostra di non conoscere i problemi del lavoro. Propongo perciò alcune riflessioni “sul campo”. Fino alla prima metà degli anni 60, l’offerta di lavoro era ben superiore alla domanda e il precariato lavorativo un autentico incubo. Perciò, era frequente sentire un genitore che presentava in azienda un figlio minorenne con le classiche parole: “… anche gratis, purché impari un lavoro”. Il lavoro era la massima aspirazione ed il “lavoro sicuro” era il coronamento di un sogno. In quegli anni vi era la possibilità del licenziamento “ad nutum“, cioè efficace con la semplice comunicazione: “sei licenziato”.

Incredibilmente però, la maggioranza dei lavoratori andava in pensione nella stessa azienda dove aveva iniziato a lavorare e vi era una grande stabilità d’interesse reciproco: da una parte, la salvaguardia dell’esperienza e affidabilità del proprio Lavoratore; dall’altra, la sua permanenza in un’azienda conosciuta e “sicura”. Va detto, per completezza di quadro, che quel sistema produttivo godeva di stabilità oggi sconosciute: i prodotti, prevalentemente riferiti ai bisogni primari, erano pressoché inalterati nel tempo e non esisteva l’odierna variabilità delle mode e dei contenuti. L’esperienza puntuale del Lavoratore era perciò un fattore essenziale per il successo: solo grazie ad essa, si ottenevano risultati soddisfacenti con macchine ed attrezzature d’anteguerra, che per altri lavoratori sarebbero state pressoché inservibili. Questo modello ha permesso all’Italia sfiancata dalle bombe e dalle guerre e pur con assenza di materie prime, di diventare la quinta potenza industriale del mondo.

Il boom economico, ancor prima del suo consolidamento, è divenuto subitaneo pretesto per stravolgere il quadro del successo in tutti i suoi fattori: i profitti dovevano essere subito ripartiti sulla forza lavoro, ricorrendo a scioperi impressionanti; nel 1966 il lavoro è stato “stabilizzato”, con la previsione della giusta causa o del giustificato motivo per poter ricorrere ai licenziamenti e poi, nel 1970, con le previsioni dello Statuto dei Lavoratori. Nel frattempo, ciò che era stabile (mercati, tecnologie e prodotti) è diventato fortemente variabile. Si è così ottenuta la grande crisi del passaggio da un’economia in straordinaria espansione ad una in contrazione che, oltre ai fallimenti di aziende ed alla perdita di tanti posti di lavoro, ha però realizzato anche una grande trasformazione: prima di tutto degli stessi mezzi per produrre e poi nei modi di organizzare le produzioni.

Le vecchie macchine, che esigevano il complemento in un grande impiego di manodopera competente, furono sostituite da macchine automatiche che riducevano l’incidenza della forza lavoro necessaria, che doveva essere formata, ma alla quale non si richiedeva una pregressa esperienza specifica. Il risultato fu che le competenze dei lavoratori, “vecchie colonne” del sistema produttivo, si trasformarono in un intralcio allo sviluppo e si avviò un poderoso e sofferto processo di sostituzione della forza lavoro, processo che completamente scompaginò il vincente quadro preesistente.

Così, nei primi anni 70, le aziende hanno rinnovato macchine, sistemi produttivi e prodotti, perdendo però, di progresso in progresso, il “cuore” dei Lavoratori che non hanno più trovato i valori di stabilità e che hanno visto cancellati o compressi molti diritti: retribuzioni contrattuali appiattite (con i cosiddetti parametri retributivi 100/200) e aumenti periodici di anzianità ridotti nel numero e nell’importo (per esempio, nel Contratto Metalmeccanici, gli scatti biennali degli impiegati sono passati da 12 a 5 e dalla misura del 5% dell’intera retribuzione contrattuale mensile al 5% della sola paga base). I lavoratori che erano stati formati alle nuove tecnologie, per migliorare le loro retribuzioni, si proponevano in altre aziende che offrivano loro qualche briciola in più, frantumando la vecchia nozione di stabilità ed anche qualche principio di correttezza.

Vi è stata poi la grande crisi alla fine anni 70, inizio 80, nel corso della quale l’Ufficio studi della FIAT aveva preconizzato che un’intera generazione non avrebbe mai lavorato: inizialmente per effetto della crisi, poi perché tale generazione sarebbe stata obsoleta rispetto ai nuovi fabbisogni. A Padova, i giovani volenterosi facevano il facchinaggio dalle 3 (tre!) del mattino presso il Mercato Ortofrutticolo e poi andavano a scuola o all’università, mentre altri giovani, armati di vecchi tricicli (biciclette che erano associate ad un carrettino con le quali si facevano piccoli trasporti, ora folclore del Sud-Est asiatico) raccoglievano la carta presente nei cassonetti per poi rivenderla.

Fortunatamente, uno che secondo buona parte dell’intellighenzia nostrana non capiva nulla, è diventato presidente degli Stati Uniti ed ha rovesciato la situazione economica mondiale, trascinando anche la nostra economia, in tutto questo agevolata anche dall’unica originale buona idea che sia stata partorita dal nostro sistema politico nell’ambito del lavoro: i Contratti di Formazione e Lavoro. In pochi anni, grazie ad essi, centinaia di migliaia di giovani disoccupati furono assunti a tempo determinato per 24 mesi, con un tasso di trasformazione a tempo indeterminato superiore al 60%. Si sono così risolti diversi problemi: l’ingresso di giovani nel sistema produttivo, la riduzione del costo del loro lavoro (vi era l’esenzione contributiva biennale) e la loro formazione.

Vista la positività dell’esperimento, una serie di azioni concentriche l’hanno demolito: l’esenzione contributiva è stata ridotta al 50% e poi al 25%; gli Ispettori del lavoro, anziché contrastare singoli abusi, hanno combattuto quel tipo di contratto riducendolo ad un incubo applicativo; i giudici si sono precipitati a trasformare a tempo indeterminato i Contratti di Formazione e Lavoro, quand’era proprio il tempo determinato a renderli appetibili ai Datori di lavoro. Come risultato, ancor prima dell’intervento della CE che cassò l’istituto, tale Contratto era già morto, suicidato dalla concorde azione delle Parti che avrebbero dovuto difendere i Lavoratori ed il lavoro. Oggi, a fronte di simili problemi d’occupazione, i nostri politici hanno preferito pagare chi non lavora, con il cosiddetto “Reddito di cittadinanza”, senza accorgersi che costa tantissimo e disincentiva il lavoro.

Così, nelle varie crisi, si è perso il valore della stabilità del lavoro, ma ciò che non si dice è che tale valore è venuto meno, ancor più che nelle stesse possibilità di recesso datoriali, nella mentalità dei lavoratori interessati, ignorando così una moderna ed estesa vocazione al precariato di tantissimi giovani. Una delle frasi terribili e frequenti che si sentono nel corso dei colloqui di lavoro è: “mi sto guardando in giro”, e non “cerco, vorrei, un lavoro“. Paradossalmente, molti giovani vedono nel precariato un valore, confondendolo con la libertà: tanto, le famiglie provvedono ai bisogni di base. Così essi rifiutano lavori che richiedono stabilità, lunghi investimenti formativi e che assicurano più modeste retribuzioni iniziali. Preferiscono tre serate alla settimana come commessi in pizzeria, spesso in nero, con 600/800 € al mese, piuttosto di un lavoro stabile, con oneri di presenza, di fatica e d’orario che, dopo i prelievi contributivi e fiscali, dimezzano il frutto del loro lavoro e rendono solo un migliaio di € al mese.

Oggi, molti giovani dichiarano che “lavorano per vivere e non vivono per lavorare“, frasetta che stabilisce precise priorità: prima il divertimento, il tempo libero, le attività ludiche, le esigenze familiari estese e solo poi il lavoro, inteso non come valore ma come strumento. D’altra parte, “si vive una volta sola“, e “non commettiamo gli errori dei nostri genitori che hanno fatto del lavoro una priorità di vita“. Tale mentalità, sempre più diffusa, vede nel lavoro una fonte di diritti, ma non di doveri, e la stessa stabilità del contratto a tempo indeterminato è vista da molti come necessaria solo per “accedere al mutuo, non come valore condiviso. Per simili ragioni, il Legislatore dovrebbe legiferare con maggiore prudenza e confrontarsi con la realtà, non con superati pregiudizi culturali, politici o sindacali.

Da anni il sottoscritto cerca personale da formare ed impiegare nell’area delle risorse umane ma quando la candidata percepisce l’impegno, l’onere ed i tempi della formazione necessaria, rinuncia, preferendo di gran lunga lo sbocco immaginifico, per esempio, della selezione del personale presso un’agenzia di lavoro somministrato. Ora c’è una novità, la candidata rinuncia prima facie, solo perché si accenna all’importanza ed alla necessaria stabilità dell’impegno. Il precariato è così visto come valore!

Franco Ravazzolo
Presidente ANPIT Veneto