Macché scudo penale, Mittal molla Ilva per motivi finanziari

La Deutsche Bank: aveva sbagliato i conti e non riusciva a guadagnarci. Il resto è strumentalizzazione politica

L’Ilva di Taranto usata come ennesima e squallida occasione di lotta politica: occupazione, morti, riconversione industriale in un settore in crisi, che ha una eccedenza di capacità produttiva di 50 milioni di tonnellate in Europa e 800 nella sola Cina (che è nel WTO, non va dimenticato).

Un po’ di numeri

Il punto di pareggio tra costi e ricavi di Ilva è fissato a 8 milioni di tonnellate di produzione annua. L’AIA, l’autorizzazione speciale per contenere le emissioni inquinanti, concede 6 milioni di tonnellate elevabili a 8 fino solo dopo attuazione del cosiddetto Piano Ambientale. llva nel 2013 inizia la gestione dei commissari straordinari, Bondi nel 2013 e Gnudi dal 2014, fino alla “cessione” alla Mittal. Amministrazione straordinaria significa ammettere la non sostenibilità economica della gestione. Bondi fece un ottimo piano industriale basato sull’innovazione tecnologica.

Un po’ di storia

Il passaggio dalla trasformazione del carbone in coke allo scopo di trattare il minerale di ferro nel ciclo dell’alto forno utilizzando il gas avrebbe avuto un impatto ambientale inferiore. Bondi fu mandato via e arrivò Gnudi, che fece legittimare il piano industriale dalla Boston Consulting, che confermava la produzione secondo la tecnologia tradizionale. Si tenga a mente che l’altoforno numero 5 produce quasi la metà dell’acciaio ed è fuori uso dal 2016. La siderurgia primaria ha costi fissi elevati. Preso atto della domanda di acciaio in fase recessiva, con un eccesso di capacità produttiva in Europa e nel mondo, era normale decidere per la vendita di Ilva.

Le cordate

I candidati erano la cordata Mittal-Marcegaglia-Intesa da una parte e Arveda di Cremona-Jundal dall’altra. L’ex ministro piddino Carlo Calenda sceglie Mittal, che nei primi 9 mesi del 2016 aveva perso 1,2 miliardi di euro e aveva debiti per 16,8 miliardi cioè 4 volte il margine operativo lordo. In più ricordiamo le parole pronunciate nel 2016 dall’allora Presidente della Commissione Industria del Senato, Mucchetti: «ArcelorMittal rassicura gli azionisti che taglierà gli investimenti!». Era credibile che un soggetto del genere potesse far sviluppare Ilva? L’azienda nel 2019 ha drenato 1 miliardo di euro. Basta leggersi quel che scrivono gli analisti di Deutsche Bank, esultanti per l’abbandono di Taranto: «E’ un catalizzatore positivo per i conti (..) riteniamo che questa decisione sia positiva perché rimuove l’enorme peso di Ilva in termini di cassa dal bilancio di ArcelorMittal (..) ci aspettiamo per fine anno il rilascio di ingenti risorse finanziarie».

La strumentalizzazione

Arcelor doveva consolidare il mercato europeo e ha acquistato Ilva per evitare che una svendita avrebbe consentito ai concorrenti di entrare nel mercato. Alla fine Mittal ha sbagliato i conti ed esce da Taranto solo per motivazioni finanziarie. I numeri di Deutsche Bank: 1,8 miliardi di euro con un contratto di leasing decennale, in in momento in cui il mercato è in sofferenza. Conclude la banca tedesca: «Ilva contribuisce sui conti del 2019 con un’Ebitda negativo di 500-700 milioni di dollari. Considerando investimenti per 400-500 milioni di dollari e una rata d’affitto di 200 milioni, tutto questo porta a un assorbimento di cassa pari a 1,1-1,4 miliardi di dollari e a una resistenza molto elevata del 7-9% rispetto all’attuale capitalizzazione di mercato. Quindi, crediamo che questo sia un positivo a breve termine per l’azienda e per il titolo». All’annuncio il mercato ha reagito positivamente. Solo la strumentalizzazione politica può pensare di spacciare lo scudo penale come motivo per abbandonare Taranto.

(In foto l’imprenditoe indiano Lakshi Mittal , ceo della multinaizone – Ph. Imagoconomica)