Anni Venti, in mostra anche “La cena dei rimasti” di Potente

Artisti vicentini a confronto: da un lato, a Genova, gli orrori della Grande Guerra. Dall’altro, in Basilica Palladiana, il sogno e le donne di Oppi

Ad un secolo di distanza dalla fine del primo conflitto mondiale, l’attenzione della critica storica e artistica si è spesso riaccesa sulla cultura degli anni Venti del 1900, specialmente con mostre dedicate a temi e protagonisti di un momento storico carico di problemi e contraddizioni e volte perciò a metterne in luce i differenti aspetti: impresa certo non semplice, come non è semplice guardare a quegli anni senza indulgere ad accenti patetici o a retoriche di qualsivoglia genere.

La Grande Guerra ha gravemente traumatizzato il vecchio continente europeo, al quale è costata uno spaventoso numero di vittime. Nella nuova Europa sancita dai trattati l’Italia, pur tra i vincitori, è un Paese in crisi, impoverito e lacerato da una crescente conflittualità interna. Sicché, alla fine del secondo decennio del Novecento, il panorama italiano su cui si affaccia un’arte alla ricerca di sé stessa è un intreccio, spesso violento, di difficoltà. Eppure, nel profondo, vanno fermentando lieviti destinati a produrre imprevedibili cambiamenti in molti ambiti della società dell’intera Europa.

Prende avvio da tale riflessione il “sogno degli anni Venti”, ideale filo conduttore dell’attesa mostra “Anni Venti, una donna moderna. Lo sguardo di Ubaldo Oppi“, in apertura in Basilica palladiana a Vicenza per la cura di Stefania Portinari. La quale assume a cardine della propria analisi la radicale trasformazione del mondo femminile testimoniata in particolar modo dalle creazioni di Ubaldo Oppi, l’artista cui l’esposizione è dedicata. Così, attraverso la figura della nuova donna, vivace e affascinante, l’arte documenta gli anni della rinascita. Gli “altri” anni Venti sono invece in mostra al Palazzo Ducale di Genova con il titolo “Anni Venti in Italia. L’età dell’incertezza“.

Il mio riferimento è voluto, non tanto perché a Genova è esposto il quadro “I chirurghi” dello stesso Oppi, proveniente dalla pinacoteca di Palazzo Chiericati, ma per la presenza in una grande mostra di un’opera, “La cena dei rimasti“, di Carlo Potente, pittore vicentino coetaneo e amico di Oppi e che come lui ha conosciuto gli orrori della guerra di trincea e la prigionia. Questa tela si lega in maniera precisa al ricordo di una personalità di spicco della nostra cultura del secondo Novecento, Neri Pozza. Sin dagli ormai remoti anni Sessanta Pozza ha lamentato più volte la dispersione di parecchi lavori dei nostri artisti d’inizio secolo, citando soprattutto il dipinto firmato da Potente nel 1924 ed esposto nello stesso anno alla Biennale di Venezia, ma del quale s’erano da allora perse le tracce.

Il caso ha voluto che qualche anno fa io stessa ritrovassi il quadro, sconosciuto a me come ai miei concittadini, alla Wolfsoniana di Genova Nervi, Galleria fondata dall’industriale americano Mitchell Wolfson, appassionato collezionista d’arte internazionalmente assai noto. Si tratta di un’opera che sotto l’apparenza dimessa cela una notevole forza evocativa. La scena si apre sull’interno di una casa contadina immersa in una pallida luce invernale: l’ambiente è totalmente spoglio, salvo il tavolo cui siede di spalle un vecchio mentre di lato è seduta una giovane madre con un bambino sulle ginocchia. Di fronte, un’anziana donna in piedi serve il pasto alla famiglia, “a ciò che rimane della famiglia”. Da una finestra sul fondo s’intravede la bianca distesa dei campi e in lontananza il profilo di una catena di montagne innevate, in tutta evidenza l’Altopiano dei monti vicentini.

La composizione riecheggia un certo Oppi dei primi anni giovanili ed è costruita secondo gli schemi classicheggianti prediletti dai nostri artisti del tempo. In particolare nel gruppo della madre con il bambino, di sapore giottesco, Potente rielabora con poche variazioni di tratti e colori la piccola “Maternità” datata 1920, ora alla pinacoteca di Palazzo Chiericati. Neri Pozza attribuiva non a torto uno speciale significato alla tela. “La cena dei rimast” rappresenta infatti l’altra faccia di una medaglia che ha per tema l’Italia appena uscita da una guerra terribile, e Potente l’argomenta con la malinconica consapevolezza dell’artista che con un linguaggio scarno non racconta il fascino di possibili rinascite, ma povertà e solitudine, il senso di un abbandono senza alternative.

Nei giorni in cui ricorre il trentunesimo anniversario della scomparsa dell’intellettuale vicentino, artista egli stesso, ricordare il dipinto di Carlo Potente tra quelli esposti in una mostra di livello internazionale acquista il valore di un amichevole quanto doveroso omaggio alla memoria.

(Ph. Wikimedia Commons)