L’autonomia del Veneto come il Muro di Berlino? Ma non diciamo zaiate

La lotta per la libertà dei tedeschi dell’Est non ha proprio niente, ma niente a che fare con quella, molto meno tragica, del governatore leghista

Appropriato come il vestito rosso a un funerale, gradevole come il sale nel caffè, il governatore Luca Zaia, proprio nei giorni in cui si ricorda il trentesimo anniversario dalla Caduta del Muro di Berlino, se ne è uscito con una dichiarazione, verosimilmente tanto involontaria quanto superficiale – in cui ha avuto l’ardire sconcertante di accostare la rivendicazione dell’autonomia veneta con la battaglia dei tedeschi dell’Est per la democrazia e la libertà. Il sacro e il profano, la scarpa e lo zoccolo. Pure irrispettoso, perché qualificare il percorso verso l’autonomia del Veneto come «una rivoluzione pacifica per la libertà» è una di quelle affermazioni che magari non provocheranno una crisi diplomatica italo-tedesca, ma che certamente sono indice di un’ignoranza e di una superficialità preoccupanti, soprattutto se fatte da un alto rappresentante delle istituzioni.

Forse certe cosa allora nel 1989, non interessavano il giovane Luca o forse non le conosce proprio. Poco sa dei 254 morti ammazzati dai Vopos nel tentativo attraversare il Muro. Si è forse dimenticato che la Stasi, oltre ad aver sostenuto le Brigate Rosse tedesche, con una metà della popolazione spiava e mandava in galera l’altra metà. E forse ha scordato che quando esisteva il Muro di Berlino la possibilità di lavorare era subordinata non ai meriti e alle capacità, ma solo alla collaborazione con i crimini del regime comunista. I nomi di Robert Havemann, Wolf Biermann, Durs Grunbein non dicono molto al Governatore Zaia, perché rappresentano le migliaia di artisti e intellettuali che furono perseguitati, rinchiusi in carcere.

Vecchi marxisti imprigionati, obbedienti ex collaboratori del nazismo ai vertici dello stato tedesco orientale. Il doping di Stato. La miseria morale prima e maggiore ancora di quella materiale. Vestiari e alimentari razionati, condizioni di vita miserrime, dormitori in eternit chiamati abitazioni, la delazione come regola di vita. Un intero popolo sottoposto a un regime oppressivo tremendo, talmente sconvolgente che a oggi molti faticano ad adattarsi alla libertà e così a Est rinascono movimenti portatori delle peggiori ideologie del passato.

C’è il dubbio che, non solo al governatore, non sia chiara la distanza siderale che separa i nostri problemi con quelli per cui hanno sofferto milioni di tedeschi nella DDR. E che quindi non possa risolvere né questi né quelli. Il sogno di libertà dei tedeschi al di là del Muro non aveva nulla a che fare con il desiderio (legittimo) dei Veneti di tenersi il proprio denaro, con la richiesta giustificabile, ma priva di ogni slancio ideale, da cittadini immersi nel benessere, dimentichi del proprio e altrui passato, che chiedono di essere ricchi a casa propria. Là una dittatura feroce, implacabile, che toglieva ogni libertà e che aveva il potere di esercitare ogni forma di violenza fisica sugli oppositori, su chiunque fosse sgradito alla SED. Qui i bisogni di una società viziata e opulenta, che forse ha perso gran parte della voglia che aveva di lavorare e faticare, che ancora non ha metabolizzato l’improvvisa ricchezza, non vuole dividerla e intanto ignora quello che è accaduto e accade nel mondo, la storia, le sofferenze altrui.

Forse non tutti i Veneti sono come il loro governatore. Forse la gran parte di loro non vorrebbe approfittare di un evento così drammatico per suonare la grancassa della propaganda politica locale. Forse i veneti sono più rispettosi della storia, delle differenze e delle distanze. Ma il 9 novembre è un giorno tragico, per il passato che cercava di superare, ma è anche e soprattutto per il futuro che così faticosamente cerca di costruire. Non è indispensabile che i veneti improvvisamente prendano contezza delle disgrazie altrui. Non ci aspettiamo che scendano in piazza per condannare un’epoca di dittatura, a futura memoria, perché non si ripeta mai più. Per evitare che comunismo e nazismo riprendano piede in Germania e altrove. Ma, almeno, per favore lasciamo stare i paragoni inappropriati. Meglio, cento volte meglio, il silenzio.

(Ph Yann Forget / Wikimedia Commons / CC-BY-SA)