Cattolica, botta e risposta a distanza Bedoni-Minali

Dopo le recenti affermazioni di Alberto Minali, ex amministratore delegato di Cattolica a cui sono state tolte le deleghe due settimane fa, il presidente Paolo Bedoni in un’intervista sull’Arena di ieri ha chiarito la sua linea di difesa dell’attuale assetto di vertice: «È mio dovere ed è dovere del Consiglio tutelare l’identità di Cattolica: lo dobbiamo ai nostri soci, alle persone che lavorano in questa impresa, agli assicurati, alla rete degli agenti e a tutti i rappresentanti dell’economia reale del territorio. L’ho già detto, non cerchiamo il localismo, siamo una società nazionale, ma non rinunciamo a guardare alla realtà economica del nostro territorio, alle piccole imprese, agli artigiani, ai commercianti, agli agricoltori, alle famiglie».

Bedoni ribatte, senza citarli, anche ai soci “dissidenti” che hanno chiesto un’assemblea straordinaria per rivedere lo statuto mettendo in discussione gli attuali vertici: «C’è uno statuto che indica chiaramente anche i tempi dell’assemblea e del rinnovo delle cariche. E’ stato approvato nel 2018 ed è operativo da aprile scorso. Se vogliamo migliorare ancora lo statuto io ed il cda siamo pronti. Abbiamo fatto quasi 100 tra assemblee e incontri con i soci e per esperienza credo che per tutelare una istituzione come Cattolica, che è società quotata sul mercato, occorre agire nei modi previsti dallo statuto».

Dal canto suo Minali in un’intervista di Roberta Paolini sul Mattino di Padova di oggi torna a parlare di Cattolica e del proprio futuro nel cda, da cui non intende dimettersi: «Voglio rimanere in consiglio – ha detto – certo non abbandono al primo colpo di cannone: andrò fino in fondo. C’è un piano industriale approvato nel 2018 all’unanimità sotto la mia gestione riconfermato proprio in questi giorni dal nuovo management. Quindi intendo vigilare anche per questo».

«L’impianto di Cattolica sul territorio va preservato ma temperato – ha detto ancora Minali – noi siamo un’azienda quotata, il nostro problema è essere una cooperativa e un’azienda quotata. Queste due diverse istanze, non pura spa e non pura cooperativa, potevano essere per noi una terza via. Bisogna cambiare, adattare, non perdere ma evolvere. Per questo avevo insistito che ci fosse una rappresentanza del capitale anche nell’organo di governo. Trovando un modo meno macchinoso di quello attuale, ma ponendo un limite minimo per l’ingresso pari a più del 2,5% del capitale con un tetto massimo di tre esponenti per i soci di capitale – conclude l’ex ad di Cattolica -, in modo da non deturpare l’impianto generale della rappresentanza cooperativa». (t.d.b.)

(In foto Paolo Bedoni e Alberto Minali, Ph. Imagoeconomica)