Camorra di Eraclea, sindaci e “colletti bianchi” a processo col boss

Nei giorni scorsi chiuse le indagini della maxi-inchiesta sulla costola dei Casalesi che faceva affari sul litorale

Sono passati quasi 9 mesi dall’alba invernale che ha visto andare in scena la più vasta operazione antimafia mai avvenuta in Veneto. Mentre era ancora buio, 300 uomini tra Guardia di Finanza e Polizia di Stato, hanno interrotto il sonno di un ottantina di persone per dare esecuzione, sotto la supervisione del procuratore Bruno Cherchi, all’ordinanza del gip Marta Paccagnella. Pesantissime le accuse, dall’associazione a delinquere di stampo mafioso al traffico di droga passando per usura, estorsione, possesso d’armi, rapina, corruzione, evasione fiscale, intimidazione, violenze, minacce, e l’elenco non finisce qui, anzi. Tra i 50 arrestati c’è un ex sindaco di Eraclea, Mirco Mestre, che rimarrà in carcere fino a giugno con l’accusa di voto di scambio, mentre fra i denunciati un altro ex primo cittadino, Graziano Teso, accusato di concorso esterno. Quest’ultimo, secondo la procura, dopo essere stato eletto nel 2006 grazie ai voti procurati dall’organizzazione mafiosa, si sarebbe adoperato nel corso del suo mandato per favorirla in affari immobiliari milionari. Sotto inchiesta il boss, i suoi sodali (sono 37 le persone accusate di associazione a delinquere di stampo mafioso) ma anche alcuni “colletti bianchi” e perfino un poliziotto. In totale 76 persone.

Boss, sodali e affiliati

Secondo la testi della procura, frutto di un’indagine dell’antimafia iniziata nel 2009, ad agire da circa 20 anni sul litorale veneziano era la camorra tramite una costola del clan dei Casalesi con a capo il boss Luciano Donadio. Poi una variegata rete di complici consapevoli: criminali comuni, utilizzati per rapine, attentati, estorsioni e recupero crediti, direttori di banca senza scrupoli che hanno concesso crediti in cambio di denaro e favori, avidi imprenditori che si sono messi a disposizione per favorire operazioni immobiliari illegali, evasione fiscale e che si sono fatti da tramite per far entrare le società riconducibili direttamente al clan in situazioni imprenditoriali di prestigio. Tra gli accusati c’è anche un’avvocato del foro di Venezia che avrebbe fornito informazioni al boss e ai suoi sodali al di fuori del suo mandato legale.

Le vittime

Il crimine ha sempre due facce: dove ci sono i “cattivi” ci sono anche le vittime, e molti sono imprenditori in difficoltà che si sono rivolti alla camorra per avere il denaro che serve a mandare avanti le proprie imprese, negato dalle banche. Nelle 1.100 pagine del gip ci sono storie di vite rovinate per l’usura, per le truffe, anche milionarie: personaggi che hanno provato a scherzare col fuoco, come nel caso del broker veneziano Fabio Gaiatto. Ci sono anche quelli che hanno dovuto ritirarsi, sotto pressioni e minacce, da modeste aste immobiliari su edifici che interessavano al clan, o piccoli imprenditori che hanno dovuto cedere alle richieste di estorsione.

«Fame un piasére»

Nei giorni scorsi la procura di Venezia ha notificato la chiusura delle indagini ai legali dei 76 indagati, che ora hanno 20 giorni di tempo per essere interrogati o presentare una memoria difensiva, prima della decisione sul rinvio a giudizio. La maxi operazione del 19 febbraio ha certamente inflitto un duro colpo alle mafie presenti in Veneto ma la sensazione è che la battaglia contro la criminalità organizzata sarà ancora lunga e sopratutto difficile, vista la rete di contatti e di appoggi, anche di livello, sui quali può contare. Per camorra e  ‘ndrangheta i settori di interesse sono molteplici: l’usura, ma anche lo smaltimento illecito dei rifiuti, l’ingresso nei grandi appalti. Ma nelle migliaia di ore intercettazione delle forze dell’ordine ce ne sono decine che vedono normali cittadini, l’artigiano, la parrucchiera, il pensionato con l’hobby del cravattaro, rivolgersi al boss locale per risolvere piccole beghe quotidiane anziché a polizia e carabinieri. Anche questo è il Veneto.

(Ph Avvocati Roma e Milano)