Processi a Veneto Banca e BpVi, la farsa su Consoli e Sorato

A Treviso l’unico colpevole sarebbe l’ex dg, mentre a Vicenza il teste-chiave fa scena muta: colpo di spugna già in atto

Contrapposti perfino nella sventura giudiziaria, Gianni Zonin e Vincenzo Consoli, i due imputati eccellentissimi nei processi sulle distrutte popolari venete. E non tanto perché l’ex presidente della Banca Popolare di Vicenza abbia scaricato parte decisiva della colpa del crollo alla resistenza del “nemico” in Veneto Banca contro la fusione benedetta da Bankitalia, ma proprio per la piega che stanno prendendo i rispettivi percorsi in tribunale. Mentre il primo si fa passare per uno che è passato di lì per vent’anni, il secondo è stato individuato dai giudici di Treviso come l’unico presunto responsabile del crac dell’istituto di Montebelluna. E’ notizia della settimana scorsa che dal gip è stata accettata la richiesta della Procura trevigiana di archiviare le posizioni dell’ex presidente Flavio Trinca e di altri nove fra ex manager e sindaci (Stefano Bertolo, Flavio Marcolin, Pietro D’Aguì, Gianclaudio Giovannone, Mosè Fagiani, Massimo Lembo, Renato Merlo, Michele Stiz e Diego Xausa). In piedi soltanto quella dell’ex direttore generale e amministratore delegato, Consoli, con a carico cinque capi d’accusa su otto e il dissequestro dei beni respinto. La tesi del gip Bruno Casciarri é in parole povere la seguente: mentre per gli altri le “operazioni baciate” (scambio fidi-azioni con cui si finanziò la banca per coprire il rosso) andavano considerate singolarmente, per Consoli andavano sommate, raggiungendo la rilevante cifra di 80 milioni.

Come hanno prevedibilmente e logicamente fatto notare avvocati e rappresentanti degli ex soci, é assurdo che il collasso di Veneto Banca sia esclusiva opera di un uomo solo, che benchè fosse al comando, avrà certamente condiviso le decisioni, tradotte in carte e comunicazioni, con gli organi di vertice e di controllo, dal consiglio d’amministrazione al collegio sindacale. Non solo, ma andando al di là del piano prettamente documentale, Consoli, che prima di diventare banchiere era un bancario, aveva alle spalle un gruppo di imprenditori locali che lo spalleggiava e lo circondava: era sì dominus, ma non absolutus. Senza voler assolverlo a priori, é realisticamente improbabile che abbia fatto tutto lui, nel bene e in questo caso nel male. Lo stesso pubblico ministero Massimo De Bortoli nel chiedere di archiviare Trinca e gli altri sostiene che a mancare è la certezza totale degli elementi raccolti dall’indagine precedentemente svolta dai colleghi romani, non una loro presenza tout court. Traduzione: 1) ce ne sarebbe ancora, da indagare; 2) le toghe romane non devono aver lavorato abbastanza bene da portare a casa il rinvio a giudizio per tutti.

Possiamo affermare, da cittadini che osservano e registrano i fatti, che su Veneto Banca ci avviamo ad assistere a una pochade? Sì, possiamo. L’unica possibilità rimasta per attenuare l’alone di farsa sta in altri due appuntamenti giudiziari: anzitutto dalla prossima decisione della Corte d’Appello di Venezia sul ricorso contro la dichiarazione di insolvenza della popolare trevigiana, che potrebbe allungare i termini della prescrizione e aprire le porte all’ipotesi di bancarotta, accendendo la speranza nei risparmiatori di potersi rivalere, forse anche sull’attuale proprietario, Intesa; l’altro è sapere da Milano se anche la società statunitense di revisione PriceWaterhouse Coopers ha contribuito a taroccare i bilanci per nascondere il buco, e così richiedere i risarcimenti anche a loro (mentre nel frattempo la Procura di Treviso ha aperto un’indagine per falso in bilancio).

Passando all’altro processo, a Vicenza, Zonin non sarà stato certamente in ogni caso il responsabile unico, ma se ha delle responsabilità, forse l’unico che può provarle si chiama Samuele Sorato, l’ex direttore generale e consigliere delegato. Il quale il 7 novembre, dopo mesi di rifiuti per motivi di salute tranciati in ultimo dalla minaccia dei pm di farlo prelevare di peso, si è presentato in aula praticamente di nascosto, chiedendo e ottenendo che la sua versione da testimone imputato di reato connesso avvenisse a porte sigillate, al riparo dai fotografi e dai taccuini della stampa. Una versione che non c’è stata, limitandosi alle seguenti parole: «Anche se vorrei dare tutte le spiegazioni sulla vicenda, però le mie attuali condizioni fisiche non mi consentono di farlo e quindi mio malgrado mi avvalgo della facoltà di non rispondere». E’ talmente malato che non riesce a dire una parola nel merito.

Possiamo sostenere ragionevolmente che senza la sua testimonianza-chiave il quadro delle verità che stanno emergendo risulterà fatalmente monco in misura decisiva? Possiamo. Perchè chi aveva le redini operative e si confrontava direttamente con il cda e il suo presidente era lui. Ed era lui che gestì il rapporto con l’audit interno. E lui figurava sempre al fianco di Zonin in tutte le occasioni in cui si manifestava all’orbe terracqueo le magnifiche sorti e progressive della banca di “elevato standing” poi ridotta a zero. Come sempre lui potrebbe confermare se il pesce puzzava o no dalla testa, se è vero che non c’era «cultura del rischio» e anzi «qualcuno dall’alto disse che i controlli erano da piallare», come ha detto nell’udienza del 9 dicembre l’ex responsabile gestione rischi Dario Esposito. Su, abbiamo capito: come per Veneto Banca, il rischio che finisca in colpo di spugna è dietro l’angolo. Anzi, già in atto: Banca d’Italia è stata esonerata a priori, e ora mancano solo gli ex amministratori. Quando in futuro i nipoti di qualche anziano azionista che ci ha rimesso il gruzzolo di famiglia domanderanno chi erano stati i colpevoli, il danneggiato e beffato dovrà rispondere: io, che ho creduto a chi mi chiedeva soldi per aumenti di capitale-truffa. La giustizia? Dell’altro mondo.