Mose, la Grande Ipocrisia dei magnaschei

I critici di oggi della “grande opera” si dividono in due categorie: quelli che possono parlare a testa alta, e quelli che farebbero meglio a tacere. Riepilogo di uno spreco costato 7 miliardi

Non ci provino nemmeno. Non osino saltar fuori gli abiuratori dell’ultima ora, i rinnegatori a città annegata, le facce di bronzo dell’autoassoluzione in zona cesarini ampiamente sommersa dall’Acqua Granda 2019: i responsabili politici del più immane spreco di denaro pubblico della storia del Veneto, il Mose, adesso non vengano a dirci che loro non c’erano e se c’erano non capivano. Non solo è stata una mangiatoia di corruzione senza eguali, tanto da aver concausato il crollo del “sistema Galan” (l’ex governatore ha patteggiato, i coinvolti nella tangentopoli veneta sono stati più di 100) e portato al commissariamento dell’opera che doveva già essere ultimata tre anni fa, ma per come è stata finora realizzata, nessuno di quanti l’hanno voluta e approvata, o anche non osteggiata, può ora tirarsi fuori eclamando “noi? noi non c’entriamo”.

Il MoSE, acronimo quasi biblico per Modulo Sperimentale Elettromeccanico, è un sistema di paratie mobili alle tre bocche di porto della laguna: Lido, Malamocco e Chioggia. Se ne parla dagli anni ’80 (anni Ottanta!), quando a imperare era il socialista gaudente Gianni De Michelis, ma dopo studi e controstudi negli anni ’90 (assieme ad ambientalisti e veneziani degni di tal nome, l’unico sindaco ad aver tentato di mettersi di traverso fu, bisogna dirlo, Massimo Cacciari, anche dopo il suo ritorno a Ca’ Farsetti nel 2005), ad avviare l’interminabile iter fu il governo Berlusconi, partecipato gioiosamente dalla Lega, con la esiziale Legge Obiettivo del 2001 che fece del Consorzio Venezia Nuova il general contractor. Due anni dopo, il Berlusca eternamente ridens pose la fatidica prima pietra a quella che doveva essere la difesa dalle piene superiori ai 110 centimetri (ieri ha raggiunto i 187). Nel 2006 il via libera definitivo dal governo Prodi, sindaco l’immarcescibile Paolo Costa. Nel 2014 le prime dighe sono entrate in funzione, ma ancor oggi non sono complete: neppure un mese fa, preoccupanti vibrazioni sono state rilevate in alcuni tubi delle linee di scarico.

Ma questo è il meno. Il meccanismo del Mose si basa sulle cerniere che servono ad alzare le paratie. Ebbene, le cerniere, garantite sulla carta per cent’anni e costate 250 milioni nel 2010, sono già arrugginite, tanto che si è dovuto indire una gara d’appalto di 34 milioni. Ora, prima dell’inchiesta giudiziaria, l’Unione Europea aveva aperto una procedura d’infrazione proprio per la mancanza di un bando. E ancora: nel 2014 il Provveditorato delle opere pubbliche del Veneto aveva messo per iscritto l’allarme sui materiali scadenti utilizzati. Perfino gli stessi autori del progetto originale ai tempi avanzarono dubbi sul rischio corrosione, e l’allora presidente del Consorzio, Giovanni Mazzacurati, lo scomparso doge delle mazzette, liquidò tutto con una battuta. Per capirci: se non funzionano le cerniere, non va il Mose. La morale l’ha detta uno dei commissari, Giuseppe Fiengo: «Pur di realizzare la grande opera in passato si è lavorato male».

Ma aspettate, c’è dell’altro. E’ emerso pure, parola di Roberto Linetti ex provveditore alle opere pubbliche del Nordest (che potrebbe tornare), che la più importante costruzione idraulica mai concepita in Italia non ha un piano complessivo di manutenzione. Ingegneri, esperti, consulenti: a che servono? Nessuno ha saputo non diciamo prevedere, ma nemmeno ipotizzare tecnicamente che i lavori avrebbero modificato l’andamento dell’acqua al suo ingresso in laguna, come dice oggi il comandante dei vigili urbani Marco Agostini: «Il problema vero è che con la lunate del Mose al Lido è cambiata la dinamica dell’acqua quindi i modelli storici… non funzionano più» (Il Gazzettino, 13 novembre).

Venezia è in balìa del progresso che per lei, fragile perla antimoderna, si è rivelato un regresso suicida. Il fondo danneggiato dal passaggio delle “grandi navi” totem sacro del turismo massificato, gli scavi dei canali portuali per permettere il transito delle petroliere, le bonifiche che hanno tolto spazio alle maree per darlo alle fabbriche, il prosciugamento delle acque di falda per raffreddare le produzioni di Marghera: ce n’è abbastanza per stilare un bilancio tombale sulla miopia di chi ha voluto una Venezia viva, e invece l’ha condannata a rischiare la morte non appena viene giù un acquazzone.

Il Mose è costato finora oltre 7 miliardi, nostri. Buttati. Non fateci scontare ora anche la tassa di ipocrisia di tutti voi che in passato non avete proferito sillaba contro un’opera fatta coi piedi e osannata senza mai valutare alternative meno care e devastanti. Solo alcuni hanno la coscienza pulita, e parliamo anzitutto dei veneziani che non hanno temuto di farsi tacciare di leso conformismo sul Grande Affare dei magnaschei a ufo.