D’Alpaos: «Mose inadeguato: fra vent’anni sarà inutile. Ma ormai va finito»

L’esperto: «L’alternativa c’era: il modello Rotterdam, ma non hanno mai voluto ascoltare». E polemizza con il commissario Ossola: «Doveva fare il punto il giorno dopo il suo insediamento»

«La soluzione Mose adottata non è quella migliore né dal punto di vista dei costi, rilevantissimi, né della manutenzione. Ma questo si sapeva già, non hanno voluto ascoltare». L’ingegner Luigi D’Alpaos, professore emerito del Dipartimento di idraulica dell’Università di Padova e autore di diverse pubblicazioni tra cui “Fatti e misfatti di idraulica lagunare” e “Sos Laguna”, all’indomani del disastro veneziano purtroppo sembra la classica Cassandra inascoltata. Ma non rinuncia a ricordare che si poteva fare diversamente, anche se con rassegnazione: «Per difendersi dalle acque alte non c’è alternativa che chiudere le bocche di porto ma non così. Arrivati a questo punto però, pur avendo criticato apertamente l’opera, mi augurerei che il Mose fosse finito. Il problema è che, una volta caduto nella polvere il Consorzio Venezia Nuova, bisognava che chi è stato chiamato a proseguire producesse uno stato di fatto di ciò che era realizzato correttamente, come si doveva fare e quello che restava. Mi sembra che questo non sia avvenuto, qui si va avanti alla giornata. Così ci trasciniamo in una situazione in cui non si capisce niente e non c’è quella trasparenza e soprattutto quella corretta definizione dei problemi che dovrebbe esserci».

Mose? Ormai dobbiamo tenercelo

D’Alpaos sottolinea gli errori della scelta Mose: «E’ stata ingegneristicamente sbagliata perché si doveva guardare non solo alla costruzione ma anche alla manutenzione e gestione dell’opera. Adesso parlano con grande facilità di 100 milioni e più di manutenzione e gestione, ma il popolo italiano che ha trovato 6 miliardi di euro per il Mose troverà 100 milioni ogni anno per mantenerlo efficiente? Io penso di no». Di alternative secondo l’esperto«ce n’erano tante, ne cito una soltanto per quanto riguarda l’aspetto strutturale e la configurazione: sul canale navigabile di Rotterdam è stato realizzato uno sbarramento per chiuderlo che ha più o meno la sezione di un canale di bocca di porto, profondo 14 metri e largo più di 400 metri, come Malamocco o Chioggia. Loro hanno proprio scartato le barriere mobili costantemente sommerse nell’acqua perchè comportano costi di manutenzione difficilmente definibili. Lo sbarramento di Rotterdam è fatto da due settori circolari portati al centro del canale quando è necessario chiuderlo, ma poi vengono rimossi e tenuti in un ambiente asciutto: così la struttura in acciaio ha la possibilità di vivere in eterno». Tornare indietro però oggi non è pensabile: «Bisognerà fin da subito pensare in prospettiva futura perché la vita di quest’opera, se valgono le previsioni sull’innalzamento del livello medio del mare, non sarà più di 20 anni, quando ci troveremo di fronte ad una conflittualità tra i diversi obiettivi che il Mose doveva garantire. Allora saremo costretti a scegliere, a meno di non affiancarla da opere complementari e investire per l’unica soluzione possibile cioè innalzare il suolo della città senza distruggere il suo tessuto urbano».

Abituarsi all’emergenza

Di Mose ha parlato in questi giorni un altro ingegnere, Francesco Ossola, attuale commissario tecnico del Mose, in un’intervista sul Corriere del Veneto di oggi in cui spiega «che non si potevano alzare le dighe, avremmo potuto fare danni peggiori, il sistema sarà pronto dal 31 dicembre 2021».  D’Alpaos è sferzante: «Non sanno neanche da che parte sta il problema della laguna di Venezia. Chi se ne occupa dovrebbe avere una solida base di conoscenza di quello che è capitato nel passato, di quello che l’uomo ha fatto e delle conseguenze. Non si va dentro in laguna e ci si improvvisa esperti. Gli ingegneri che hanno gestito questi 5/6 anni non pensano e soprattutto non ascoltano. Sembra sappiano tutto e commettono il peccato originale del Consorzio, di considerarsi autoreferente e capace di affrontare tutti i problemi. Io ho scritto inutilmente due libri per mettere in evidenza cosa non funzionava: Venezia e la sua laguna non possono essere disaccoppiate perché sono intimamente collegate, se non si capisce questo non si capisce il problema. Ossola il punto lo doveva fare il giorno dopo che l’hanno insediato e non finanziare, come pare sia avvenuto, studi già stati fatti quando dopo il 1966 fu istituito il famoso Comitatone: allora aveva degli esperti in campo tecnico di assoluto valore, adesso mi sembra sia occupato soltanto da esponenti politici». Dopo il 1966 l’alluvione del 2019: ce ne saranno altre? Dobbiamo abituarci all’emergenza? «Sì, questi fenomeni di acqua alta eccezionale sono nella natura delle cose e sono determinati dalle condizioni meteorologiche – conclude D’Alpaos – bisogna che adesso si vada al più presto alla definizione di cosa è necessario fare e di quanto costa mettere in funzione il Mose, altrimenti mai sapremo se riuscirà a difendere sul breve Venezia. Sul medio e lungo periodo è assolutamente inadeguato ma almeno nei prossimi 20 anni che funzioni».

(ph youtube Qui Piave Libera)