Venezia: togliamola ai veneti e diamola agli stranieri

Le rivendicazioni autonomiste non portano da nessuna parte. Soprattutto vista la classe dirigente locale

Tullio Bagiotti, un grande economista scomparso recentemente, uno di quelli che appunto perché grandi sapevano usare le proprie conoscenze per risolvere i problemi reali della gente, nel 1972 pubblicò un aureo libro dal titolo significativo: “Venezia da modello a problema“. E le cose in cinquant’anni non sono cambiate, anzi se possibile sono peggiorate. Con la differenza che ora nessuno si pone nemmeno più il problema del declino di Venezia e del suo inevitabile disastro progressivo. Oggi infatti non si parla di rilancio, nelle migliori ipotesi si discetta di «difesa» di Venezia e della sua «conservazione».

Così, tra una tangente e l’altra, tra un dibattito e un altro, mentre Venezia affoga in un oceano di interessi inconfessabili, nella più ottimistica delle ipotesi si decide di alzare una diga, di chiudere qualche ingresso, di limitare per tirare avanti, pensando di poter tenere in formalina un capolavoro dell’umanità che non potrà mai essere conservato, come fosse un museo a cielo aperto, e non una cultura pulsante e viva, un modo di essere, che ha bisogno di crescere nuovamente, riportato al presente reale, se mai ne saremo capaci.

In questo già desolante quadro, ogni tanto arrivano le alluvioni (benedette da Dio) a ricordarci quanto siamo sull’orlo del baratro, quanto saremmo vicini alla perdita completa di una città, di un patrimonio artistico e culturale unico al mondo. Ma, evidentemente, anche dopo i picchi di tragedia, nessuno vuole comprendere che proprio i pianti di circostanza, i lamenti di occasione e gli appelli con l’acqua alla gola sono la certezza che tutto tornerà come prima, forse peggio di prima. E la domanda è: a chi interessa veramente Venezia? Chi è disposto a rinunciare a qualcosa di proprio per salvare San Marco, avviare la difficile strada del rilancio e della ricostruzione di questa straordinaria città, non per la gioia dei suoi abitanti (tutti presi a far tanti soldi con il minimo della fatica, sfruttando il mito costruito dai loro avi), ma per il dovere morale di non disperdere un patrimonio così faticosamente e abilmente costruito? Quali soluzioni sono state messe in pratica negli ultimi cinquanta anni per avviare un autentico percorso virtuoso di ripresa per Venezia e la sua laguna?

Loro avevano i Dandolo, i Morosini, i Tron. Noi abbiamo i Bernini, i Galan e gli Zaia. Il confronto è esageratamente impietoso. La Repubblica non faceva passare un giorno senza pensare alla manutenzione dei canali, delle calli, al governo delle acque, alla cura della Laguna, ai porti, perché sapeva che la ricchezza di Venezia si fondava sulla funzionalità di questo straordinario sistema misto terra-acqua. Le leggi erano conseguenti. I patrizi veneti difendevano la Serenisssima, ma in quel modo soprattutto proteggevano e aumentavano le proprie fortune. Oggi quale è l’interesse dei veneziani, della classe dirigente chiamata a tutelare questo bene di tutti? Anche qui la risposta sarebbe troppo facile, spietata in momenti in cui non vale la pena sommare dolore a dolore.

Tra i molti, ci resta però in particolare un dubbio. L’autonomia, che molti dicono di volere, servirebbe a Venezia o sarebbe solo dannosa? In altre parole, i veneti, questi veneti, con questa classe dirigente, ragionevolmente hanno le capacità, la voglia e le conoscenze per gestire e risolvere un problema così grave, ma così importante come è Venezia? Oppure la soluzione del problema Venezia (non più «modello») sarebbe esattamente il contrario, come già sosteneva Indro Montanelli, togliere ai veneti, agli italiani ogni forma di controllo su Venezia e darla in mano a un gruppo internazionale, magari con all’interno qualche olandese che ci spieghi come fare le dighe, come convivere con il mare, senza perdere la possibilità di vivere e produrre serenamente?

Non è una battuta. Forse Venezia dovrebbe tornare a essere veramente un territorio autonomo, una zona franca. Ma non per essere gestita dagli italiani, o dai veneti di questi tempi, che già purtroppo hanno dimostrato cosa sanno fare. Venezia extraterritoriale amministrata da un pool internazionale di Stati e di banche che la faccia nuovamente crescere, fare profitti, come facevano i patrizi veneti. Non solo museo, non solo alberghi e turisti. Il Governo Italiano faccia un passo indietro e chiami a raccolta il resto del mondo, per elaborare un progetto internazionale, non certo finalizzato al salvataggio di Venezia, ma con lo scopo di renderla nuovamente viva, per darle un futuro che non si limiti alla conservazione del passato.

E lasci gestire ad altri, più competenti, più capaci. Dispiace dirlo, ma Venezia è la dimostrazione concreta che con le miopi, locali rivendicazioni autonomiste da piccolo paese non si va da nessuna parte, non ci si cura dalle inondazioni, tantomeno si risale ai piani alti della civiltà, della cultura e della bellezza che Venezia rappresentava in modo sommo e che meriterebbe nuovamente di poter frequentare.

(Ph. Imagoeconomica)