Cent’anni di “singletudine”

La felicità secondo la Watson: l’epica dei “self partnered” felici e orgogliosi che cela lati oscuri. Monetizzati dall’economia dei consumi. In Italia il 33% dei nuclei familiari é composto da atomi individuali

L’11 novembre si è celebrata la giornata mondiale dei single felici di essere tali, il “Single day”. L’attrice 29enne ed icona del femminismo liberal Emma Watson (in foto) ha coniato un nuovo termine per indicare la condizione di felice singletudine “self partnered” ossia essere in relazione con se stessi. Ad una lettura superficiale l’operazione di creare una giornata mondiale dei single e le esternazioni di Emma Watson potrebbero sembrare materiale da rotocalchi, ma non è così. Sotto la nuova epica della singletudine felice si nascondono problemi, mutamenti sociali e culturali profondi. Innanzitutto il più evidente: l’orgoglio single è possibile data la diminuita pressione sociale verso la creazione della famiglia.

Fortemente ridimensionata la spinta a generare figli, anche la spinta verso la ricerca di un partner stabile è venuta progressivamente meno. Questo ci suggerisce come i tentativi di ripensare un legame di coppia stabile e duraturo, basato su altri criteri che non fossero quelli dall’alleanza per generare e crescere prole siano falliti. L’idea di un rapporto basato sulla reciproca crescita affettiva-intellettuale, sulla condivisione di passioni ed hobby, sul reciproco sostenersi nei momenti di difficoltà (economici, psicologici, di salute, ecc) elaborato dopo la rivoluzione sessuale e affermatosi negli anni ’80 è miseramente fallito, ed è stato sepolto senza funerali né rimpianti.

Se andiamo a scandagliare le motivazioni del perché i single sono orgogliosi di essere tali, ci troviamo di fronte ad un pragmatismo sconfortante: la netta maggioranza cita come vantaggio principale della propria scelta la possibilità di andare in vacanza dove vuole, come vantaggi minori il poter dedicare più soldi a trattamenti di bellezza&salute, la possibilità di poter frequentare nuovi locali e quindi aumentare giro di conoscenze. Ultraminoritarie sono motivazioni più complesse e nobili, quali quella di dedicarsi alla propria crescita psicologico/spirituale, alla militanza politica o sociale, alla famiglia di provenienza o al volontariato. L’orgoglio single dimostra quindi la sua natura di consumismo spensierato da classe media non -troppo- intaccata dalla crisi, e non è un caso che fra le/gli happy single si trovino molti redditi medio-alti e pochi redditi medio-bassi, poiché se arrivi con difficoltà a fine mese e già un’uscita al ristorante prosciuga le tue riserve, il problema di non dover mediare con un partner i viaggi o le uscite non si pone.

La matrice di classe media di questa ideologia della felice singletudine ci viene confermata dal marketing: vacanze solitarie in luoghi esotici, proposte di arredamento hi-tech, meeting e workshop sul benessere, sulla cultura e la spiritualità da centinaia e talvolta migliaia di euro, vengono proposte direttamente o indirettamente negli articoli delle riviste, dai promoter e nelle convention dedicate al tema. L’abuso di termini anglofoni non è un vezzo: l’ideologia in questione, difatti, nasce negli Usa negli anni ’90, per poi affermarsi progressivamente nella vecchia Europa, e sbarcare oggi anche in Italia. Come è possibile sia giunto anche da noi? Perché la vecchia immagine dell’Italia e della cultura tricolore come familista e conservatrice se da un lato è molto pompata dalla politica dall’altro lato è smentita dai dati.

Secondo i rilevamenti Istat del 2019, il 33% delle famiglie del Belpaese è infatti composta da una sola persona, divenendo il modello più diffuso di famiglia in Italia, e la percentuale è in progressivo aumento, nonostante i bassi salari, i mutui difficili da ottenere e gli affitti sempre più alti. Se a questo aggiungiamo che il costo per la crescita di un figlio, dalla nascita alla fine dell’università, si assesta sui 200 mila euro, è evidente come anche chi volesse trovarsi un partner per creare una famiglia, sia scoraggiato dal costo esorbitante richiesto, quindi possa giungere a scartare l’opzione e preferire la solitudine ad una vita di coppia.

Sotto l’orgoglio single si nascondono dunque mutamenti culturali ed economici profondi, di cui il marketing e i rotocalchi ci lasciano intravedere solo gli aspetti positivi (maggiore emancipazione femminile, più tempo disponibile per sé, più auto-consapevolezza) tralasciando volutamente quelli negativi o problematici, come la mancanza di denaro per nuovi nuclei familiari con figli, il fallimento dell’idea di una coppia unita dalla reciproca passione e da progetti condivisi, la tristezza verniciata di euforia di una singletudine abbracciata per dedicarsi ad un consumo senza responsabilità né futuro.

(Ph. Denis Makarenko Shutterstock)