Mose, una poltrona per cinque

I due attuali commissari dovrebbero dimettersi per protesta: é in arrivo un terzo. Più la già nominata Spitz. Più il nuovo Provveditore alle opere pubbliche. E’ la moltiplicazione dei pani e incarichi a spese nostre

“Ho dato le dimissioni, ma le ho rifiutate”, disse un giorno Winston Churchill. Chissà se é andata così, nella coscienza di Giuseppe Fiengo e Francesco Ossola, il commissario legale e il commissario tecnico del Consorzio Venezia Nuova che dovrebbe finire di costruire il Mose di Venezia. Lo scontro fra i due su azionare o meno il quasi ultimato sistema di paratoie nella notte del 12 novembre scorso, quando Venezia é é finita sotto acqua, da solo sarebbe dovuto bastare a far scattare nel loro foro interno un dubbio: ma se siamo in disaccordo nello sperimentare il modulo sperimentale, con io Fiengo a favore vista l’emergenza seconda solo all’alluvione del ’66, e io Ossola contrario perché completo solo al 93%, forse sarà il caso di riflettere sull’opportunità della nostra permanenza qui. Perché la figura fatta non é delle migliori, obiettivamente.

Sia ben chiaro, e senza ironia: non dovrebbero lasciare perché hanno lavorato male ma per un fatto semplicissimo: alla prova dei fatti, e ammesso e assolutamente non concesso che fosse servito, il Mose non era pronto, punto. Dunque hanno fallito. Con l’aggiunta di un siparietto che avrebbero dovuto risparmiare a se stessi e a tutti noi; o che il giorno dopo avrebbero dovuto mondare con le dimissioni immediate in contemporanea. Rinunciando così ai 240 mila euro l’anno che percepiscono.

Nelle ultime settimane, ha rivelato Fiengo in tv, si è conclusa una radiografia alle fatture per appalti che andavano alle aziende del Consorzio (Mantovani, Condotte, Fincosit), fatta su richiesta della Corte dei Conti. Giustamente scandalizzato, Fiengo ha sottolineato che c’erano margini pazzeschi che oscillavano fra il 48 e il 61%. Senza contare il buco da 200 milioni quando è arrivato. «Le tre grandi imprese che poi si sono allontanate – ha dichiarato – hanno comprato i macchinari. Ma non hanno fatto i progetti degli impianti. Non hanno messo in gara i progetti degli impianti. Non solo, ma tutto questo senza disegni operativi. Questo è avvenuto nel 2016». Per tutta risposta, Fiengo e Ossola sono stati citati per danni dalle aziende di cui sopra.

Non solo: Fiengo dice anche i materiali usati, oggi corrosi, non erano adeguati, e la gara per rifare l’appalto é ancora in corso. Domanda: ma se l’andazzo é questo, se rischiano pure di rimetterci di tasca propria, se l’impotenza in cui operano é così palese, cosa aspettano a farsi onestamente da parte, anzitutto per tutelarsi?

Senza contare la novità di oggi: arriverà un terzo commissario, non si capisce bene con quali precise deleghe ma molto probabilmente con lo stesso compenso, come se loro due, che già cozzano fra loro, non fossero sufficienti. Farà il terzo incomodo? Fra i due litiganti il terzo godrà di superpoteri e riuscirà dove gli altri non sono riusciti? Tre é il numero perfetto? No, non pare, perchè nel frattempo è stata individuata Elisabetta Spitz come commissario sblocca-cantieri (e siamo a quattro), e imminente sembra la nomina del nuovo Provveditore alle Opere Pubbliche del Triveneto. E fanno cinque, i funzionari addetti alle tavole del Mose. Dovranno organizzare come minimo una chat comune su whatsup per coordinarsi, altrimenti, per dirla in francese, sarà un casino.

Se fossimo nei due commissari che hanno commissariato in questi anni, per dignità personale ci alzeremmo dicendo: “signori, noi ci abbiamo provato, non ce l’abbiamo fatta, e a farci commissariare non ci stiamo. Se volete i colpevoli del colossale flop della grande opera cercateli prima di tutto in chi l’ha difesa come un dogma di fede, in chi ha deciso il meccanismo del general contractor, in chi ha gestito il consorzio corrompendo mezzo Veneto. Noi siamo stati qui anche troppo”. Ma non udiremo mai queste parole: si preferisce inondare Venezia di figure una a fianco all’altra, l’una sopra l’altra, una in mezzo ai piedi dell’altra, nel più vieto malcostume italiano delle moltiplicazione delle cariche per un unico incarico. Tanti funzionari, per non funzionare. E nessuno, sempre all’italiana, che si dimetta mai.