Puliero, il Dario Fo scaligero che Verona non ha valorizzato abbastanza

Facile elogiarlo ora che non c’é più. La città dovrebbe farsi un bell’esame di coscienza

Tutti lo conoscevano per le radiocronache dell’Hellas Verona. Molti lo apprezzavano e lo vedevano per il suo personalissimo cabaret sulle televisioni locali. Altri lo stimavano per le sue attività teatrali. Ma nel profondo, Roberto Puliero, scomparso a 73 anni, non era nessuna di queste cose. Il cronista appassionato, il comico televisivo esilarante, l’attore-capocomico mattatore non erano che una forma dell’animo e della sensibilità ricchissime di questo figlio di Verona, che alla pari del suo amato Berto Barbarani, era al contrario e soprattutto un poeta, un vero poeta. Uno che cantava e soffriva per Verona, restando veronese. «Che cosa è un poeta? Un uomo infelice che nasconde gravi pene nel suo cuore, ma le cui labbra sono conformate in tal modo che il sospiro e il grido all’uscirne le rende squillanti come una bella musica… Ora gli uomini si affollano intorno al poeta e gli dicono: “canta presto di nuovo, cioè che nuove sofferenze torturino presto la tua anima, che le tue labbra seguitino a essere conformate come prima, poiché le grida non farebbero che inquietarci, ma la musica è soave…». (Kierkegaard).

Puliero aveva una sensibilità artistica fuori dal normale e la trasfondeva in ognuna delle sue molteplici attività. Certo se fosse stato per lui non avrebbe fatto il radiocronista, né si sarebbe immolato a creare personaggi comici che tutti, ma proprio tutti potessero comprendere. Puliero era il Dario Fo veronese, un uomo di teatro a tutto tondo, anche se con caratteristiche differenti, ma con una comune originalità creativa, popolare e di tradizione degna dei maggiori riconoscimenti. Forse il veronese non aveva le doti registiche del premio Nobel, ma era meno greve, mai volgare, popolare senza trivialità. Attento alle sfumature dell’animo umano. Sapeva spaziare dal tragico al comico, senza mai dimenticare né l’uno né l’altro e soprattutto senza mai cedere al grottesco o al cinico. Era mosso da una forte passione civile, che teneva sottotraccia con pudore, ma che era il primo motore della sua arte.

Ora che Puliero non è più tra noi (e ci manca!) non costa molto elogiarlo, anche da chi faticava a comprenderlo, per intenderci da quella Verona da lui sempre derisa e che l’ha tenuto ai margini, che certamente non gli ha offerto le possibilità che Milano offrì invece a Dario Fo. Puliero si faceva beffe dei politici, metteva alla berlina i difetti dei veronesi, mostrava l’arretratezza della società veronese nella cultura, nell’informazione. Puliero, come tutti i poeti, anche se era un alpino, anche se giocava a calcio, percepiva le offese alla cultura come le ferite più sanguinose che si potessero infliggere al tessuto di una città. E a Verona, colpi di questo genere ne sono stati inferti tantissimi negli ultimi decenni. Così ora, forse, più che piangerlo Verona farebbe bene a farsi una piccola autocoscienza, magari rivedendosi qualche sua vecchia scenetta. E in suo nome cambiare radicalmente strada in campo culturale, per il bene che gli uomini come Roberto Puliero vogliono alla propria città.

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