Alitalia e le altre crisi: vanno tutte liquidate

Per chi crede nel mercato, le aziende decotte andrebbero chiuse soccorrendo i lavoratori. Ma in Italia la cultura del mercato non c’é

“Salvare” le imprese significa penalizzare i più meritevoli: i concorrenti. L’Italia non cresce. Ci sarebbe da meravigliarsi del contrario, come potrebbe considerato che la cultura dominante è refrattaria alle regole essenziali dell’economia?

In questi giorni l’attenzione dell’opinione pubblica è catalizzata dall’evolversi di una serie di crisi di impresa, alcune ormai cronicizzate, altre più recenti. Le crisi sono eventi imprescindibile della vita economica, meglio, della vita tout court. Tuttavia, nel nostro paese il concetto di crisi e, in particolare, quello di crisi di impresa, non viene mai inteso come opportunità bensì come patologia che il più delle volte la stessa cura finisce per istituzionalizzare.

Quando si verifica una crisi di una impresa, specie se di dimensioni rilevanti, sembra non esistere eccezione al coro di chi ne invoca il “salvataggio”, ossia l’intervento dello Stato o della politica o di questi o quei cavalieri che ne permettano la “continuità”, la “salvaguardia dei posti di lavoro”, la “sopravvivenza dell’indotto”, ecc. Va da sé che il dispiacere e l’attenzione per tutte quelle categorie sia la più naturale ed umana delle reazioni, eppure, proprio perché vogliamo davvero il bene di quelle e di tutta collettività, dovremmo ragionare in modo molto diverso, anzi, opposto.

La crisi di insolvenza, infatti, è l’esito naturale che la fisiologia dell’economia riserva alle imprese che hanno assunto rischi eccessivi ovvero non sono più in grado di stare sul mercato, vale a dire, non sono più in grado di offrire beni e servizi che i consumatori siano disponibili a pagare ad un prezzo che permetta almeno di coprire i costi. Secondo la natura delle cose esse sono destinate a ridimensionarsi o chiudere, lasciando il posto a concorrenti che hanno saputo conquistare in modo più efficiente il gradimento della clientela o hanno dimostrato maggiore prudenza.

Queste dinamiche sono essenziali perché agisca la selezione naturale delle imprese e delle idee imprenditoriali, per premiare, cioè, chi innova e si organizza meglio, così da conservare il sistema produttivo al massimo grado di efficienza, nell’interesse collettivo. Ebbene, questa fisiologia in Italia è costantemente osteggiata, rallentata, distorta, impedita. Spesso sono le buone intenzioni e la buona fede ad esserne responsabili, spesso l’interferenza di interessi corporativi, politici o sindacali. E la sanzione del mercato finisce per non operare.

Di questo passo, il sistema economico si fa sempre meno efficiente e competitivo, non solo perché disseminato di imprese inefficienti mantenute artificialmente in vita, ma soprattutto perché impedisce agli innovatori di emergere. L’innovazione implica distruzione di equilibri preesistenti e l’emersione di nuove combinazioni, come bene intuì il boemo Shumpeter, concetto che i millennials esprimono con quello oggi di moda di “disruption”.

A dispetto di quanto potrebbe indurci a credere il nostro senso etico, “salvare un’azienda” significa, dunque, colpire tutte le altre che avevano lavorato meglio, così come “conservare posti di lavoro” significa metterne a repentaglio almeno altrettanti, il tutto determinando un abbassamento del grado di competitività ed efficienza dell’intero sistema economico. Ma questo effetto “non si vede”, ed i concorrenti penalizzati non sono usi a riunirsi in cortei vocianti, spesso, nemmeno ne sono consapevoli, e ciò non è necessario.

L’interesse di lungo termine della collettività vorrebbe che lo Stato si preoccupasse di velocizzare le procedure liquidatorie delle attività delle imprese insolventi, spesso in grado di evolvere nel passaggio in gestione di parte o tutta l’organizzazione aziendale a concorrenti più capaci, e si curasse della condizione dei lavoratori tra la perdita di un lavoro e l’inizio di un altro, ma non interferisse nelle dinamiche naturali. Tutta la legislazione recente va, invece, nella direzione opposta.

Chi ha esperienza in paesi con cultura propizia ai “circoli virtuosi”, sa che sul medio-lungo termine l’aumento di efficienza generale rende le crisi aziendali superabili sempre più facilmente per la collettività, e porta la società verso la piena occupazione. Al contrario, un sistema economico come quello italiano, facendosi progressivamente meno efficiente, ripropone “crisi” con sempre maggiore frequenza, disponendo via via di sempre meno risorse per affrontarle e lasciando sul campo, alla fine, molte più vittime.

Fino a quando non si farà strada una cultura più pragmatica e attenta al mercato ed agli interessi di lungo termine della collettività, saremo dunque destinati ad avere aziende sempre più inefficienti e ad impoverirci, offrendo al politico di turno il ruolo di “salvatore”. Ma si sa, da noi mercato e concorrenza non sono parole che godono di grande reputazione, i risultati lo testimoniano; allo stesso modo, l’interesse collettivo di lungo termine non scalda il cuore della politica, visto che non porta voti.

Per favorire il cambio di cultura di cui si sente sempre più necessità, su tali temi fondamentali sarebbe di grande utilità che il dibattito diventasse più attivo, e che chi di dovere dimostrasse più coraggio intellettuale, sprezzo dei tatticismi e degli interessi quotidiani di bottega.