Sospendiamo per due anni le tasse a Venezia

Non c’é solo il Mose: la città va aiutata a rilanciarsi. Andando oltre l’emergenza

La Serenissima affonda. Ma solo nella ipocrisia e retorica. Forse si è sfiorata l’apocalisse, ma la Serenissima si è ripresa bene e si è rimessa subito in produzione. L’immagine di una città sommersa, annichilita ha fatto il giro del mondo e ha convinto migliaia di turisti a disdire le prenotazioni, ma l’emergenza in realtà è durata poche ore, il tempo che la marea impiega a defluire. Ora servono provvedimenti, non oboli, i danni sono stati pesantissimi, ma ai veneziani forse basterebbe essere esentati da tasse e gabelle per un paio d’anni, giusto il tempo per guarire dalle ferite. Ma i politici manterranno gli impegni? E il Mose (ammesso che sia la soluzione di tutti i problemi) sarà pronto prima del prossimo autunno?

Il peggio è passato, Venezia è già finita nelle pagine interne dei giornali ed è sparita dai Tg nazionali. Per i media la notizia è declassata, non dà più pathos, emozioni, i filmati e i commenti si esauriscono e vanno in archivio. Fino a 72 ore fa erano tutti al capezzale della Serenissima agonizzante, tutti pronti a impegnarsi, a promettere, a sbracciarsi in gesti di solidarietà. Mara Venier dalla tribuna di “Domenica In” dialogava commuovendosi fino alle lacrime con il sindaco della città lagunare, Brugnaro, che le parlava in diretta da piazzetta San Marco, impavido e rassicurante nonostante fosse flagellato dal vento e immerso fin oltre il ginocchio nell’acqua alta. Stop, spenti i riflettori possiamo passare dalla cronaca alla analisi e sfogarci. Quanta retorica, quanta ipocrisia attorno a Venezia, quanta finta indignazione attorno allo scandalo del Mose, ai miliardi buttati, alle tangenti.

Forse tutto questo circo mediatico convincerà l’opinione pubblica che segue distrattamente i tg, riempirà i cuori dei benpensanti e dei romantici, ma non incanta i veneziani, abituati a sopravvivere, arrabbiati, frustrati, delusi. Il sindaco Brugnaro? Un gigante, rispetto a tanti altri, in questi frangenti ma anche in questi anni di mandato in cui si è conquistato la fiducia dei veneziani e ha fatto di tutto per innovare, per far svoltare la città, per proteggerla. Non sarà carismatico e mediaticamente affascinante come Massimo Cacciari, ma sa essere tremendamente efficace. Di fronte allo squallido balletto della politica sulle responsabilità lui si è dimostrato pragmatico, lucido, rapido. Quel che serve, insomma in momenti di emergenza.

E’ stata dura, si è temuto per qualche ora il peggio, ma la situazione non è mai uscita dal controllo, è stata sempre gestibile e gestita. Con le risorse a disposizione. Ora servirà altro, ma c’è un’altra verità che comunque va raccontata e che i veneziani possono raccontare. Sembrava apocalisse ma non lo è stata, se gli allarmi fossero stati più chiari, se si fosse capito a che cosa si stava andando incontro, se ci si fosse attrezzati anche per quel livello di acqua alta i problemi sarebbero stati più contenuti. E quello che irrita la gente del posto è la spettacolarizzazione dell’accaduto, quel senso di allarme, di precarietà, di disastro vissuto che è trasudato da tutti i servizi, da tutti gli articoli, da tutte le testimonianze, da tutti i reportage. Vi aspettate che dei negozianti impegnati a rimediare a danni per centinaia di migliaia di euro vi accolgano con serenità, con il sorriso e minimizzino l’accaduto? Certo che se il governo avesse decretato in emergenza la sospensione di ogni tipo di tributo e tassazione per i veneziani per i prossimi due anni l’atmosfera sarebbe stata più serena.

Quel che è certo è che gli abitanti della Serenissima con tanta rabbia in corpo e tanta determinazione si sono dati da fare in fretta per rimediare, chi ha potuto ha riaperto subito e magari non ha neanche chiuso, altri hanno lavorato sodo per rimettersi in fretta in produzione. E’ mancato il pane, sono saltati gli impianti elettrici e i frigoriferi, i bancomat sono stati fuori uso. Ma per poco. I danni sono complessivamente miliardari, ma Venezia non ha tempo di fermarsi. La marea c’è sempre stata, anche questa emergenza verrà archiviata e ricordata.

L’acqua alta che vediamo nelle foto scattate nei momenti topici dei giorni scorsi rappresenta l’elemento apicale di un fenomeno metereologico con il quale la città lagunare convive da sempre e che gli amministratori della Serenissima nei secoli hanno gestito con opere idrauliche di finissima ingegneria e con grande attenzione. Per salvaguardare l’equilibrio idrogeologico della laguna il governo della Repubblica Veneta arrivò a dirottare lo sbocco in laguna di un paio di fiumi, modificò il corso dei mille canali interni che attraversano le barene e rafforzò le difese a mare, provvedendo a pulire e dragare sistematicamente i canali della città. Il sistema ha tenuto, fino a che nel secolo scorso per far favorire gli impianti di Marghera, sciaguratamente è stato scavato il famoso canale dei petroli, un’autentica autostrada per la marea (il 4 novembre 1966 i veneziani ne scoprirono drammaticamente gli effetti), mentre è stata ignorata sistematicamente quella manutenzione ordinaria e straordinaria (pulizia e scavo dei canali, appunto) che aveva salvaguardato per secoli Venezia.

La particolare virulenza dei fenomeni atmosferici degli ultimi tempi, insomma, accentua ma non determina la crisi che è su tutte le prime pagine dei giornali. Venezia ha tremato ripetutamente negli anni scorsi ma nessuno si è preoccupato troppo, i pavimenti preziosi di San Marco sono andati sotto centinaia di volte, anche per poche decine di centimetri d’acqua, ma solo ora il ministro della cultura si è svegliato e ha mandato gli ispettori. Non si dice e non si scrive che le immagini del collasso della scorsa settimana sono state sopravvalutate, che non tutta la città è stata sommersa e che comunque a differenza di quanto avvenne nel ’66 lo scirocco è stato clemente e la marea ha compiuto regolarmente il suo corso, ritirandosi come sempre in poche ore. Passati i momenti canonici Venezia è sempre stata percorribile, fruibile, con o senza stivaloni e galosce. In sostanza

La eccessiva spettacolarizzazione dell’acqua alta e l’enfatizzazione di certe immagini-limite (la parte non è il tutto) ha finito per danneggiare il commercio, il settore alberghiero, i veneziani stessi. In questi giorni sono fioccate le disdette quasi che Venezia fosse irraggiungibile e invivibile. Mentre in realtà negozi, ristoranti, alberghi hanno fatto fronte all’emergenza come sempre.

È innegabile , si diceva, che l’eccezionale marea di 187 centimetri abbia causato gravi danni al commercio. Il servizio pubblico è stato sospeso solo nei momenti di massima marea e in quelle stesse ore è stato bloccato l’accesso alla piazza San Marco. Veneziani e turisti armati di stivaloni o bardati con curiose galosce (vendute dai “bangla” di turno per 5-8 euro) hanno vissuto tranquillamente la città senza drammi. Tanta paura per nulla? No, tanta cattiva informazione e tanti sostanziali errori della politica e della pubblica amministrazione. Val la pena di ripeterlo. Non è solo un problema di tangenti e di Mose non finito ma di interventi mirati (vedi Basilica di San Marco), di manutenzione straordinaria e ordinaria mai presa sul serio. Non resta che sperare che almeno qualcuno degli impegni presi a microfono aperto e sotto la luce dei flash si traducano in fretta in fatti concreti. Di questo Venezia ha bisogno, e di fiducia. Non è una città terremotata e avvilita , è ferita e orgogliosa. Non servono tanto i soldi quanto provvedimenti immediati e concreti. Anche se bisogna continuare a chiedersi: ma tutti quei soldi, dove sono finiti?

Giovanni Tagliapietra
Le Cronache nazionali

(ph. Shutterstock)