“Non era neanche il mio tipo” di Longo: non il solito giallo alla Camilleri

L’autore ha il pregio di creare un personaggio interessante. Ma sul piano del contenuto manca qualcosa

«Non tutti nella capitale sbocciano i fiori del male, qualche assassinio senza pretese lo abbiamo anche noi qui in paese», così diceva una vecchia canzone di Fabrizio De André. “Non era neanche il mio tipo” (ClownBianco Edizioni) di Carlo Longo, però, giusto per fugare ogni dubbio, non è il solito giallo in salsa regionalistica. Se il background per così dire paesaggistico è quello del Nord-Est agricolo e paesano, per fortuna non siamo di fronte a un camillerismo in salsa settentrionale. In verità, la storia, pur essendo territorialmente caratterizzata, è nella sua essenza molto al di là del recinto entro cui si trova circoscritta, tant’è che a un certo punto si sposta addirittura verso uno scenario europeo. Non lo è neppure a livello esistenziale.

“Non era neanche il mio tipo” è casomai la storia di un uomo – forse troppo colto, o forse troppo condizionato dalla sua cultura – che si tormenta per una compagna perduta, o meglio da cui viene respinto. Pur non trovandola degna, la segue e la rincorre, per cercare di riconquistarla, non riuscendo forse ad accettare la ferita narcisistica che questa gli ha inferto, preso da un misto di repulsione e attrazione, apparente altezza dello spirito e aspirazioni da borghesuccio.

Il libro è il racconto, stile memoir, che il protagonista invia al suo amico del cuore, al fine di fargli conoscere la sua storia, dopo aver fatto perdere le sue tracce. Insomma, una divertente mistura di inettitudine sveviana e volontà di fuga alla Mattia Pascal. E “divertente” è il termine giusto per indicare un personaggio e io narrante che, se è sì sofferente e mortalmente abbattuto, tutto sommato riesce sempre a non prendersi sul serio, a sfoggiare un cinismo mai compiaciuto che lo mette in salvo da sé stesso: «ero stato mona davvero perché tutti sanno che le donne, arrivate ad un’età che corrispondeva a quella del mio target femminile, non desiderano altro che sposarsi o perlomeno poter esibire una situazione sociale che consenta di fregiarsi del titolo di compagna ufficiale mentre io non l’avevo neanche presentata ufficialmente come tale ai miei figli figurarsi a mia moglie, dato che a quell’età le donne, dopo essersela goduta per anni scopando a destra e a manca tutto quello che capitava a tiro compresi istruttori di pilates, animatori di villaggio vacanze, ballerini di salsa o altri balli o consimili o maestri di sci a seconda del loro status sociale e della disponibilità finanziaria, improvvisamente scoprono la bellezza e il profondo spessore morale di una relazione che chiamano seria perché offre un quadro consolante della vita a due nella quale la sera si guarda la tv insieme sul divano tenendosi abbracciati e si va magari a fare la spesa insieme al supermercato o si passano micidiali weekend nella villetta al mare […] dove la noia ti azzanna ai fianchi come un cane idrofobo, ma comunque felicemente in due come negli spot del mulino bianco, almeno quelli di una volta perché ormai anche i pubblicitari si sono resi conto che di fronte a una prospettiva del genere i biscotti non glieli avrebbe comperati nessuno».

Il protagonista ha il grande pregio di essere come dovrebbe essere ogni personaggio di un’opera realmente letteraria e non precettistica, ovvero altalena costantemente tra alto e basso, senza l’ossessione di mettere su carta solo la nobiltà del sentimento, ma anche le sue sfumature più bieche, come quando pensa alla sua ex che fa sesso con l’altro – e non si dica che questo non avviene! Anche la prosa di Longo, che pure non ha quel periodare sincopato della scrittura giornalistica, bisogna riconoscere che scorre con inusuale fluidità, senza che l’affastellamento di subordinate diventi unicamente una manifestazione della confusione e della mancanza di rigore dell’autore.

Dunque, questo testo è perfetto? Non proprio. Manca un qualcosa alle riflessioni pur segnanti che lo scrittore mette in bocca al protagonista, quello slancio, se non universalistico, quanto meno che porti il soggetto a riflettere sulla realtà che lo circonda e di cui lui e le sue relazioni sono il frutto. Esempi: l’amore è oggi ancora possibile nel mondo occidentale? In che misura la relazione con una donna culturalmente inferiore serve psicologicamente a un intellettuale, o presunto tale? Perché, in ultimo, sembra che nessun rapporto possa sopravvivere al passaggio del tempo, oggigiorno? Se il personaggio è molto interessante e peculiare come figura narrativa, non si comprende comunque di quale categoria, per così dire, sia rappresentativo: l’uomo occidentale, quello del Nord-Est, l’odierno e sempre più diffuso intellettuale mancato? Ecco, ciò che non si trova è proprio questo, una cornice contenutistica che fornisca la ratio essendi del personaggio, che spieghi una volta per tutte il perché questa storia andasse per forza raccontata.