Oppi in Basilica Palladiana, un legame con gli Anni Venti tutto da capire

Grande attesa per la prima mostra a Vicenza. Che pone già un interrogativo

Vi è grande attesa, ma anche molta curiosità, per la prima delle tre grandi mostre che tra qualche giorno (il 6 dicembre) sarà inaugurata in Basilica Palladiana. Incentrata sullo “Sguardo di Ubaldo Oppi”, essa si propone di riconoscere, nel “Ritratto di donna”, “ Il sogno degli anni Venti”. Tema non facile da svolgere perché nebuloso è il sogno di un decennio che si dibatte tra mille contraddizioni, ricco di complesse sfaccettature, della vita prima che dell’arte.

«La generazione del dopoguerra – ci ha raccontato Stefan Zweig – si liberò brutalmente, di colpo, di tutto quanto era stato sino ad allora valido; voltò le spalle ad ogni tradizione, risoluta a prendere in mano il proprio destino, staccandosi dal vecchio passato con nuovo slancio verso l’avvenire. Con lei avrebbe dovuto iniziarsi in ogni campo della vita un mondo del tutto nuovo, un ordine del tutto diverso, e naturalmente tutto cominciò con le più pazze esagerazioni».

Ma ritornando allo sguardo di Oppi, dovremo accertare come lui vedeva la donna che rappresentava nelle sue opere, aggiornato sulle vicende artistiche di Vienna e di Parigi, ma legato a una tradizione italiana, imperniata sull’asse dello scorrimento antico-moderno, attento ad una nuova realtà quotidiana sospesa, fuori del tempo, non compromessa con la cronaca e con i sentimentalismi.

Prima degli Anni Venti, Oppi aveva rappresentato un’umanità sofferente ed emaciata, resa con grafismi allungati, cari ad un espressionismo primitivistico pieno di dolente partecipazione emotiva. Quando negli Anni Venti mette «carne e spessore » alle sue figure e si converte ad una figurazione epico-mitica, approda ad un realismo di robuste proporzioni, filtrato dalla tradizione classica. Ritrae la donna nella saldezza delle forme, fuori da ogni fumosa dissolvenza ottocentesca. Con Achille Funi e Piero Marussig, ma ognuno a modo suo, Oppi partecipa una visione di realismo moderno, lontano dalle «donne fatate – di cui si legge nel dépliant della rassegna vicentina –, smarrite in un orizzonte di fiori o fluttuanti in mari argentati, perdute nell’abbraccio del proprio amato» che «si mutano in presenze magnetiche e diventano idoli di bellezza».

C’è da chiedersi allora che rapporto ci sia tra lo sguardo di Oppi e una visione come questa, visto che le «inebrianti follie» della Belle Ėpoque diventano fuochi fatui dopo il grande conflitto mondiale, alimentano il sogno estetizzante di ritardatari epigoni. «Dovunque i vecchi correvano dietro all’ultima moda, con l’unica ambizione di essere “giovani”, di inventare al di là dell’indirizzo fino a ieri attuale, una nuova forma ancora più radicale e impensata» (Stefan Sweig).

In Oppi le seduzioni provocanti, le indicazioni delle mode non prevalgono mai, la sobrietà elementare delle immagini, chiuse in un ermetico soliloquio, non cedono alle leziose lusinghe di una pittura di genere. Lo sguardo degli artisti italiani che aspirano all’ordine, assume connotazioni diverse, intervenendo ora su una realtà sociale povera e contadina, ora, come nel caso di Oppi, nei modi austeri della Nuova Figurazione tedesca, evitando «le piattezze documentarie, strutturando opportunamente i filtri della tradizione».

Un conto era la vita che scorreva libera nelle sue molteplici manifestazioni e nelle sue effimere conquiste, e un conto era l’arte di chi come Oppi, lontano ormai da influssi simbolisti e da echi secessionisti, ritrovava con eloquenza visiva la strada per costruire un realismo di fiato robusto, le cui figure assorte e pensose, sconfiggono le convenzioni delle mode e i capricci di un’epoca. Riusciremo a scoprire nella mostra in Basilica il nesso tra “Lo sguardo di Oppi” e “Il sogno degli Anni Venti”?

(Ph. Facebook – Mostre in Basilica Palladiana)