Il leòn veneto? Un gattino bagnato. E bastonato

Il Comitatone ha partorito il topolino. E Zaia non protesta: si attiene ai verbali. Si sente già puzza di ennesima presa in giro

Ma Luca Zaia non era l’eroe del Veneto che non gliene fa passare una a Roma ladrona, fanfarona e cialtrona? Non era il paladino degli oppressi, tartassati e asserviti veneti eterne vittime delle lentezze e dei magheggi della burocrazia romana? Purtroppo il mantello da supereroe deve averlo lasciato a casa ieri, al fantasmatico Comitatone che si è riunito ieri radunando la pletora di enti, autorità e istituzioni addette al caso Venezia. La montagna ha partorito il topolino di 325 milioni di euro per completare quel pozzo di san patrizio di denari pubblici che é il Mose entro la fine del 2021, ma per essere sicuri che saranno spesi in tempo e bene bisognerà aspettare i soliti “tavoli” sulla “governance” (al momento risultano contemporaneamente ben 5 alti funzionari all’uopo) e per capire chi provvederà alla gestione ordinaria dei fondi, un secondo sulla ridefinizione della Legge speciale per la città, e un terzo di coordinamento del prefetto, ché non si sa mai che tutti i soggetti non si parlino fra loro e dunque meglio pensarci prima. Tavoli che fra l’altro secondo la ministra dei trasporti Paola De Micheli (Pd) si chiamano invece commissioni, giusto per aumentare il tasso di chiarezza.

A parte i 60 milioni aggiunti ai 40 per finanziare la Legge speciale e i 119 per Porto Marghera, il miliardo e mezzo a testa per i prossimi 10 anni che hanno chiesto Zaia e il sindaco (nonché commissario all’emergenza acqua alta), Luigi Brugnaro, è rimasto nell’aria. Richiesta non accolta. Zaia ha pigolato uno stracco «noi abbiamo chiesto e le nostre parole saranno a verbale di questo Comitatone riunito dopo due anni e mezzo di totale assenza». Quanto al Mose, ormai da finire anche se si sa già che non sarà decisivo (e vai col tango degli schei), ha alzato le mani per lavarsele in anticipo: «Preciso che questo è un cantiere dello Stato, la Regione Veneto nulla c’entra, tant’è che siamo venuti qui a farci raccontare». A farci raccontare la storia dell’orso? Sappiamo tutti noi cittadini dotati di cerebro e di un minimo di memoria storica che passata la tempesta, i tempi della politica – non solo romana – faranno sprofondare nelle sabbie mobili le promesse su modi, tempistiche e numeri. Sappiamo tutti che il Veneto e Venezia non sono mai stati nei primi posti dell’agenza di priorità di qualunque governo, compresi quelli di centrodestra a cui Zaia ha partecipato, da ministro oppure da supporter da quassù. Sappiamo tutti che sul Mose, opera pagata dal contribuente italiano e non soltanto veneto, la responsabilità diretta non é della Regione Veneto, ma la responsabilità politica é anche e in primis del centrodestra regionale che sosteneva Galan. Di cui Zaia era il vicepresidente, non uno che passava.

Sappiamo tutti tutto ciò, ma Zaia finge di non saperlo, ora. E lo stendardo crociato dell’autonomia e della “rivoluzione”, in quale baule é stato nascosto? Perché Zaia, fra l’altro con un governo ora nemmeno più mezzo amico com’era il Conte 1, non si incatena a Palazzo Chigi, anziché tenere il profilo basso dell’amministratore pacato che si accontenta di far mettere a verbale, in giudiziosa attesa degli eventi? Ha perso la voce? Non gli fa gioco in campagna elettorale? Meglio lasciare allo scatenato Brugnaro la parte del Leòn? La polemica ad acqua ancora alta non fa molto statista neo-democristiano? D’un tratto si beve le supercazzole prematurate della De Micheli, che su Mose e Grandi Navi oggi sui giornali faceva gli slalom lessicali per non prendersi una responsabilità precisa che sia una? L’unica attenuante che ha il governatore improvvisamente ammosciato é che se ci fosse qualcun altro al posto suo, difficilmente farebbe peggio. I Veneti son fatti così: quando non dovrebbero lagnarsi si lagnano, mentre quando c’é da incazzarsi non si incazzano. Béchi e bastonai, si dice. Auto-bastonai.