Teatro Unico Beltotto, si alza il sipario

Il presidente dello Stabile del Veneto si prende tutta la scena, polemizza, oscura il suo dg. E sta per varare il suo progetto di unificazione regionale

Se non si scaglia contro i marxisti, che infesterebbero i palcoscenici regionali, è solo perché riconosce che il termine appare demodé. Ma l’intellighenzia di sinistra, come la definisce lui (con un tocco old fashion), la impallina volentieri. Eppure, anche se non è il comunismo, uno spettro si aggira per il Veneto in queste settimane e lo ha creato proprio Giampiero Beltotto, presidente del Teatro Stabile del Veneto. Ne parla da quando ha assunto la presidenza, con più insistenza negli ultimi tempi. E lo presenterà la settimana prossima a tutti gli addetti ai lavori. Intanto, lo spettro si diverte a comparire più o meno minaccioso durante le riunioni dei consigli di amministrazione delle fondazioni teatrali, in qualche sala di giunta, oppure nelle commissioni regionali che si occupano dell’argomento, com’è avvenuto ieri durante una trasferta della Commissione cultura di palazzo Ferro Fini a Vicenza.

In puro burocratese viene chiamato “Soggetto Unico per il Teatro” e ha già battuto il record della divisività. Perché mentre Beltotto si premura di precisare che non pensa a un’egemonia dello Stabile, ma a «un soggetto che metta insieme l’esperienza del teatro che produce, del teatro che fa circuito e tutti quei teatri che sono al di fuori», questi ultimi per l’appunto – specie dopo l’annessione del Comunale di Treviso – non nascondono l’inquietudine. Guidano il gruppo il Comunale di Vicenza (con il prestigioso “corollario” del Ciclo degli spettacoli classici al teatro Olimpico) e l’Estate Teatrale Veronese, il cui nuovo direttore artistico è peraltro un dipendente in aspettativa dello Stabile stesso. Ma fra i “resistenti” a buon diritto va inserito anche il circuito di distribuzione regionale, Arteven, ai ferri corti con Beltotto da almeno un mese. Da quando cioè il presidente ha reso esplicita l’asserita necessità di allargare la base associativa dello Stabile ad altre città del Veneto, provocando la reazione di chi nelle altre città, su mandato della Regione, si occupa da decenni di circuitare la prosa nazionale e locale.

E sarà un caso, ma lo spettacolo intorno al quale si è scatenata l’ultima buriana nel mondo teatrale veneto, La bancarotta di Vitaliano Trevisan (da Carlo Goldoni) con Natalino Balasso, dopo essere stato platealmente escluso dallo Stabile come risposta ai virulenti attacchi dell’attore rodigino, continua a essere proposto in giro per il Veneto da Arteven.

Il polverone su questa vicenda è stato ed è ancora notevole, poco commendevole per l’inutile esasperazione dei toni, da una parte e dall’altra. Singolare, in tutto questo, che mai negli anni scorsi, quando sedeva in consiglio da vicepresidente, Beltotto abbia fatto trapelare riserve sul fatto che Balasso fosse una colonna e una presenza forse perfino inflazionata nella programmazione dello Stabile. Ma evidentemente anche le migliori collaborazioni, come i matrimoni, possono finire tirandosi i piatti addosso.

Da vice, Beltotto ha tenuto un profilo assai basso per lungo tempo, fino a quando lo Stabile non è stato declassato dal Mibac, passando da teatro di interesse nazionale a teatro di rilevante interesse culturale, un gradino e un po’ di quattrini pubblici sotto. È stato in quel momento che l’ex caporedattore della Rai di Venezia, ex portavoce di Zaia, ex capo del marketing della Fenice ed ex capo della comunicazione della Banca Popolare di Vicenza quand’era moribonda, ha guadagnato la ribalta e non l’ha più lasciata. Nell’aprile del 2018 ha condotto in prima persona – nel totale silenzio dell’allora presidente Angelo Tabaro – la virulenta polemica sul declassamento, che non ha sortito effetto alcuno se non quello di accendere i riflettori sul suo ruolo di inflessibile e appassionato defensor della fede nei valori del teatro veneto. Pochi mesi dopo, ottobre 2018, è diventato presidente dello Stabile.

Da subito, ha interpretato il ruolo in una maniera mai vista prima in Veneto (e forse anche in Italia, a giudicare gli echi di cronaca, modestissimi o inesistenti, che riguardano i suoi colleghi presidenti degli Stabili in giro per la penisola). Un protagonismo integrale: a parte la linea dell’allargamento della base associativa, spesso affermata con una ruvidezza che ha infastidito più di qualcuno, sempre più frequenti invasioni di campo nell’ambito artistico. Il direttore Massimo Ongaro, forse rassegnato a un ruolo da comprimario, è finito in un cono d’ombra e ha scelto la strategia del silenzio. Anche nella polemica con Balasso si è guardato bene dal profferire motto, guadagnandosi dall’iroso attore di Porto Tolle l’ironico epiteto di “taciturno”. Così il presidente, oltre a essere operativo in prima linea sul piano gestionale in quanto amministratore delegato, di fatto si muove e parla come direttore artistico, ossia responsabile della programmazione.

La molteplicità dei ruoli gli permette di alzare il livello della polemica e di portarla sul piano politico e anche ideologico. Per esempio, ha attributo al fatto di avere “sdoganato la cultura di destra”, la fronda della “intellighenzia di sinistra”. Il riferimento è stato in particolare per lo spettacolo-anteprima della stagione al Verdi di Padova, intitolato 1919 – I rivoluzionari, di e con il giornalista e scrittore di destra Marcello Veneziani, sulla cui locandine campeggiava, con i ritratti di D’Annunzio, don Sturzo e Gramsci, anche un testone di Mussolini. Ideologia a parte, forse questa scelta avrebbe sollevato meno perplessità se nella presente stagione dello Stabile comparissero davvero produzioni teatrali di alta cultura, di indiscusso prestigio, magari “illuminate” da qualche nome internazionale della regia o dell’attorialità. Ma così non è, e il trend peraltro non è nuovo. Del resto, non è un mistero che prima il declassamento e di recente una nuova, sia pur contenuta riduzione del contributo statale, siano legati al “comparto qualità”.

Intanto Beltotto rivendica un aumento degli abbonamenti del 15 per cento e mentre non cessa di duellare con chiunque metta in dubbio le magnifiche sorti e progressive dello Stabile del Veneto, secondo fonti bene informate sta preparando la via legislativa e giuridica per la realizzazione del Soggetto Unico. Che dovrebbe “normalizzare” il processo delle acquisizioni e definire la natura delle collaborazioni e dei rapporti all’interno della rete teatrale. Facile immaginare che in essa lo Stabile sarà primus, meno facile capire se ci saranno dei pares. Il mezzo sarà la nuova legge regionale per la Cultura, quella che tutti gli addetti ai lavori definiscono una “scatola vuota” da riempire di contenuti, ovvero di regolamenti attuativi. Molto probabile che “i teatri al di fuori” di cui sopra siano allettati da finanziamenti significativi in caso di adesione alla rete. Ma solo quando i regolamenti saranno noti si potrà capire quale sarà più in generale il destino del teatro nel Veneto: un’unica bandiera, quella che ora Zaia vuole imporre anche ai neonati, oppure, come afferma espressamente la legge regionale n. 17 del 16 maggio 2019, nell’articolo intitolato “Principi”, la valorizzazione del pluralismo culturale?