Bellezza e spiritualità russa, mostra difficile (ma stimolante) a Vicenza

L’esposizione a Palazzo Leoni Montanari fa dialogare le icone con opere dell’Avanguardia: Kandinskij, Gončarova, Chagall

Con la mostra Kandinskij, Gončarova, Chagal, sacro e bellezza nell’arte russa, curata da Silvia Burini, Giuseppe Barbieri e Alessia Cavallaro e visitabile sino al prossimo 26 gennaio, si conclude un anno di celebrazioni a Palazzo Leoni Montanari, dal 1999 sede museale vicentina delle Gallerie d’Italia. Come è ormai tradizione, anche il nuovo evento espositivo richiama l’attenzione sul patrimonio artistico di proprietà di Intesa Sanpaolo, in particolare sulla collezione d’icone russe della Galleria di Vicenza, tra le più ricche e importanti a livello europeo.

Attraverso creazioni provenienti da numerosi musei soprattutto russi, la mostra costruisce un dialogo-confronto tra varie icone e differenti opere dei tre artisti peculiarmente rappresentativi dell’Avanguardia russa d’inizio Novecento, insieme ad alcune altre di autori significativi dello stesso periodo storico. Il principio che la sottende e ne rappresenta idealmente il filo conduttore è il concetto di spiritualità relativo all’arte, l’unione tra sacro e bellezza mirabilmente sintetizzata dalle immagini a soggetto religioso proprie dell’Ortodossia. Quanto e in quale modo l’icona ortodossa abbia influito, in forma e sostanza, sulle ricerche dell’arte russa a partire dagli ultimi anni del XIX secolo è argomento di non semplice decifrazione; la mostra non ne ignora la complessità e si propone come terreno aperto a considerazioni anche contrastive e per ciò stesso interessanti.

Realizzato per temi, il percorso espositivo travalica i confini che un’impostazione su base cronologica avrebbe necessariamente imposto, consentendo di spaziare liberamente dall’analisi diretta delle opere esposte all’impegnativo confronto con icone scelte secondo criteri non di rado sorprendenti. Oltre le Porte regali che simbolicamente introducono alla mostra, il cammino si apre con le commoventi tempere di Chagall, artista dall’inconfondibile cifra stilistica che nella sua lunga vita ha attraversato un secolo di sconvolgimenti e tragedie rimanendo fedele al sommesso lirismo d’una quotidianità sostanziata di richiami biblici e ricordi del mondo ebraico dell’infanzia, spazi mnemonici sospesi tra realtà e invenzione favolistica.

Il tratto successivo conduce “tra terra e cielo” alle tele di Filonov e Juon, affiancate dalla splendida icona dell’Ascensione del profeta Elia sul carro di fuoco. Il passaggio non è certo facile, ma questa mostra non intende essere facile quanto invece stimolante e va detto che, pur suscitando qualche perplessità, raggiunge spesso lo scopo. Ne offre prova la sala che ospita insieme Chagall con l’incisione I tre angeli ricevuti da Abramo, Natalia Gončarova con la Trinità. Composizione religiosa e Kandinskij con Destino. (Muro rosso). Colpisce qui il confronto tra la violenta figurazione della pittrice e le figure in dissolvenza nell’opera di Kandinskij, quasi un anticipo del possibile contrasto tra il soffio dello spirito sotteso all’astrazione lirica e il vigore espressionista d’immagini cariche d’emozione. Coglierne la sintesi non è semplice, sicché le icone convocate a suggellare l’incontro dei due artisti – specie la bellissima Santa Trinità – esigono riflessioni non occasionali sul legame di un’arte impegnata nell’incombente modernità con la religiosità della tradizione artistica ortodossa.

Ancora di Kandinskij va citato un vivace Acquerello e della Gončarova le intense incisioni sul tema degli “angeli in guerra”, in dialogo non casuale con l’icona di San Giorgio e il drago. La mostra prosegue nella sezione “segni del sacro mistero”, dove accanto a creazioni di chiara ispirazione religiosa quale Golgota di Nesterov, sorprende il nitido Suprematismo di Ivan Kljun.

Ad evidenziare quanto profondo sia il nesso tra bellezza e spiritualità in tutta la cultura russa, è esposta infine l’icona degli arcangeli Michele e Gabriele con la citazione “senza bellezza non ci sarà più niente da fare in questo mondo”, da Dostoevskij. Il percorso si chiude nel segno del mito, con l’inquietante Pan di Michail Vrubel’.