“Il cieco di Ortakos” di Niffoi: il narratore sardo conferma la sua grandezza

I personaggi del romanzo non sono macchiette. La lingua usata è postmoderna. Finalmente un esempio di letteratura al passo coi tempi

In un tempo così stupidamente rivolto al globale, per paradosso, vi è tutta una tendenza a ricercare il locale, il tipico, la specificità regionalistica. Ciò avviene in ogni ambito, dalla ristorazione alla letteratura. Naturalmente il capitale – la cui diabolica scaltrezza non conosce limiti – provvede a fornircelo. E come tutto ciò che è prodotto su simili basi, il risultato è quantomeno ridicolo e grottesco, come il parrucchino sulla testa di una persona calva. Ristoranti che propongono “i sapori di una volta” – quali? Cucinando cibi industriali? – e la letteratura che ripropone i soliti abusati stereotipi su siciliani, sardi, veneti – ma quali siciliani, sardi o veneti, quelli vestiti dai cinesi e pieni di tatuaggi? La situazione è farsesca, come la ragazza che sfila in abito tradizionale e sul collo ha la scritta sotto pelle che dice “follow your dreams” contornata dalle stelline.

Il corrispettivo di tutto ciò, a livello letterario, è il camillerismo, ovvero quella tendenza a produrre testi – stile catena di montaggio – dove i personaggi parlano una lingua esotica e abitano una Sicilia misteriosa – che in verità non esiste più da almeno cinquant’anni e che in un paio di decenni avrà perso anche i suoi ultimi testimoni. In questa tragica e artificiosa congerie culturale, l’unico che pare salvare la baracca è lo scrittore sardo Salvatore Niffoi. Forse perché isolano e isolato, l’autore conserva una sua irriducibile unicità che lo rende imparagonabile a qualsiasi narratore oggi presente sul mercato editoriale.

Salvatore Niffoi, diversamente dagli altri, non crea macchiette, ma personaggi umani, veraci – la sua Sardegna, insomma, esiste per davvero. Ma prima ancora di approfondire questo punto è il caso di dire in cosa l’opera dell’autore in questione si caratterizzi stilisticamente parlando – in ciò segnando una netta differenza con quella degli altri autori regionali più gettonati. La cifra distintiva del grande Maestro della letteratura sarda sta nel creare una nuova lingua – che potremmo definire postmoderna –, in cui l’italiano classico viene trasposto entro la struttura grammaticale dell’idioma regionale. Con questo ardito esperimento, Niffoi riesce nell’impresa di dare alla lingua nazionale la forza musicale del sardo, a farla suonare in modo inedito. E in ciò facendo questa non viene storpiata, ma arricchita, portata a potenzialità fino a quel momento inespresse.

“Il cieco di Ortakos” non fa che confermare in modo eccellente il percorso che l’autore ha voluto seguire durante tutta la sua carriera letteraria e lo fa con una storia semplice, ma così incredibilmente profonda, in cui l’ironia sopraggiunge ogni volta fungendo da colpo di scena quando la disperazione arriva al limite. Il libro narra la storia di Damianu Isperanzosu, un uomo non vedente alla scoperta del mondo (“cieco sono nato, cazzo santo, cieco tutto, quasi che la maestra di parto mi avesse strappato gli occhi color oltremare per mettermi due biglie di pece scura al loro posto”). Ne seguiremo tutto il percorso, dalla sfortunata vicenda della madre che lo porta tra le braccia di un uomo sozzo e avido, il padre di Damianu, fino a che non sarà lui stesso a divenire genitore, grazie alla donna che durante l’infanzia decide di “prestargli gli occhi per vedere il mondo”.

Il romanzo è denso di contenuti, riflessioni sulla peculiarità dell’esistenza umana, dall’amore alla morte, e naturalmente sulla Sardegna, dove tra le righe l’autore dice giustamente quello che c’è da dire, senza risparmiare certe dovute stoccate  (“Le ciminiere degli stabilimenti petrolchimici non fumavano più ma nell’aria si sentiva lo stesso odore di progresso rancido andato a male, di veleni nascosti, di mestieri perduti e abitudini dimenticate. Il dottor Baingiu Calledda, che era venuto a prendermi all’aeroporto, mi disse che se prima la gente moriva perché era arrivato il momento, adesso moriva in anticipo e non si domandava neanche il perché, come se restituire prima del tempo il regalo della vita in cambio di un pezzo di pane fosse cosa normale. «Caro Damianu, un tempo eravamo sardi, oggi siamo diventati sordi. Servi, servi della politica, del progresso, di noi stessi!”).

Mentre la letteratura italiana sembra aver preso una strada senza uscita tra una nicchia di testi a cui non viene data giusta visibilità per questioni delle più varie – alcuni, sia chiaro, gridano al mancato successo, ma sono proprio delle porcherie – e i vari Fabio Volo e Giulia De Lellis, è un piacere sapere che c’è qualcuno che fa letteratura, senza mai scadere, e tiene il passo coi tempi.