Agsm, era buona l’idea di Croce. Ma si sta perdendo il treno

La multiservizi di Verona é immobile, sotto “minaccia” di finire in pancia alla milanese A2A. Ma tutta la città é in balìa dell’immobilismo

Ormai tutto sembrava fatto, finalmente la fusione di Agsm, ma multiservizi comunale di Verona, era in dirittura d’arrivo dopo oltre due anni di trattative e discussioni. Verona, Vicenza e un partner, verosimilmente bresciano, insieme in un polo aggregato. Quand’ecco, notizia proprio di questi giorni, il commissario leghista Nicolò Zavarise (non il Sean Connery di “Mai dire mai”) ha fatto saltare il banco. «Tutelare il controllo dei soci pubblici veronesi» ha tuonato dalle colonne dei giornali, e ora bisogna ripartire da capo. Nulla è più certo, a parte il fatto che dopo tanto cincischiare le condizioni sono peggiorate per tutti e in assenza di un progetto preciso, di idee chiare e definitive da parte dei «proprietari» (purtroppo la politica locale), nessuno ora sa come andrà a finire.

Certo Verona è certamente una città divertente, molto divertente, mettiamola così. Si ride di gusto, non sarà gratis, ma gli spettacoli non mancano. Basta dare un’occhiata verso la Fondazione Arena e si scopre che dopo aver nominato (finalmente!) a capo un grandissimo artista internazionale vorrebbero farle far fare l’usciere, e lei pure accetta; oppure andare in Cariverona, dove si scopre che quasi l’intero patrimonio, come fosse la pancia di Mimmo Craig sulle note di Grieg, improvvisamente «non c’è più», scomparso, nessuno ci ha ancora spiegato come; o se guardiamo verso Cattolica, una dei maggiori gruppi assicurativi italiani, apprendiamo che di colpo l’ad Minali, che tanto bene aveva fatto nella gestione della società, è stato messo alla porta in malo modo, neanche avesse attentato alle virtù di qualche giovinetta; se poi qualcuno volesse girarsi altrove potrebbe sentire il presidente dei confindustriali Bauli che si lamenta perché «non c’è una politica industriale»,  e appunto venire a sapere che nel frattempo il sindaco di centrodestra Federico Sboarina – tutto preso a costruire uno stadio che non serve a nessuno e un filobus la cui inutilità è pari solo ai fastidi che arreca ai cittadini – da più di due anni è lì e ancora non ha deciso che fare con la più grande azienda municipale veronese, quell’Agsm che assomiglia sempre più a Bertoldo, in giro all’infinito per le campagne, incapace di trovare l’albero al quale farsi impiccare. In fondo meglio non decidere nulla, si saranno detti i capi della politica veronese con grande senso di autoironia, se quando decidiamo qualcosa poi va a finire così.

Nel caso di Agsm da sempre, nonostante le sollecitazioni della legge (Madia), ovviamente nessuno ha mai pensato all’unica cosa sensata da farsi, cioè quella di cedere al miglior offerente le quote di proprietà del Comune. E questo non certo per la tutela dell’interesse generale, ma perché l’azienda, che in parte si sforza di servire i veronesi e i suoi clienti, in realtà viene tenuta in piedi soprattutto perché – come da lezione del Maestro Flavio Tosi – se il Comune ha problemi di liquidità, sa dove chiedere. Così, fin dall’inizio, si è parlato sempre e solo di fusione con altre società, mantenendo le quote di proprietà comunale.

Il primo presidente di nomina sboariniana – quell’avvocato Michele Croce specialista nel farsi cacciare dal vertice degli enti pubblici – aveva forse un’idea, che era quella di “magnarsi” la vicentina Aim e costituire un’unica società a esclusivo capitale veneto, in cui Verona avrebbe fatto da leader. Nel frattempo, anche il sindaco aveva (forse) le sue idee, anche i partiti della maggioranza (sicuramente) le loro e siccome le due non coincidevano, si era pensato a consulenti, persone di grandi capacità ed esperienza, gente che sarebbe stato meglio ascoltare, ma che furono utilizzati solo per le vetrine e mai presi sul serio. Così alla fine, chissà come, qualcuno disse che la fusione avrebbe dovuto includere anche i lombardi di A2A, un pesce di quelli grossi, una società molto più attrezzata e più forte di Agsm, e tutto tornò in alto mare.

Da notare che in questa fase la fusione tra Agsm Verona e Aim Vicenza, anche nella peggiore delle ipotesi sarebbe stata a 1,5 a 1, assicurando in altre parole il controllo di Verona della nuova società, cosa peraltro abbastanza logica guardando le dimensioni delle due aziende. Poi – apparentemente per una levata di scudi dei vicentini – i rapporti di forza tornarono in discussione, si aprirono le porte a un nuovo partner, ufficialmente da scegliere tra i bolognesi di Hera, Dolomiti e i lombardi di A2A, in realtà con forti simpatie verso ovest. Dopo numerosi valzer, sembrava finalmente profilarsi la soluzione per una nuova società in cui finalmente Verona e Vicenza paritariamente possedessero il 35% delle quote, per lasciare il restante 30% al nuovo socio. Ora sembra tutto finito, il giro dell’oca torna al punto di partenza. E le stelle pensate voi che stiano guardare? Se questa è una storia normale, di un paese normale, che magari voglia pure crescere nel panorama dell’economia del XXI secolo, ditelo voi.