Paolo Rossi: «I miei genitori mi volevano ragioniere in banca»

Il campione del mondo si racconta in un’autobiografia. Che diventerà un film

«I miei genitori per me sognavano un posto in banca. Fisso, sicuro, con 15 mensilità. E invece… » E invece è diventato Pablito Mundial. Paolo Rossi, oggi è un dirigente sportivo del L.R. Vicenza e siede nel cda della società, fa il commentatore sportivo e l’imprenditore (ha un agriturismo in Toscana). Nato a Prato il 23 settembre del 1956 ma vicentino d’adozione, campione del mondo nel 1982 in Spagna, ha un curriculum calcistico lungo così: Pallone d’Oro, Scarpa d’Oro e d’Argento, titoli e promozioni conquistati con le maglie di Como, L.R. Vicenza, Perugia, Juventus, Milan e Verona. La sua vita privata, invece, è svelata in una autobiografia in uscita per Mondadori, intitolata: “Quanto dura un attimo”. In cui la passione del calcio, naturalmente, é protagonista fin dagli anni dell’infanzia: «Mio fratello Rossano giocava, a me il calcio è piaciuto da subito, avevo 6 anni e passavo pomeriggi interi sul campo. All’epoca non c’erano altri svaghi, c’era il pallone. E già a 10/11 anni ai primi tornei si capiva che c’era la predisposizione, è stata una logica conseguenza proseguire su questa strada».

«Quante scarpe consumi alla settimana»

Mamma Amelia all’inizio non la prese benissimo: «Faceva la sarta e mi preparava sempre i vestitini da Carnevale quand’ero piccolo. Andavo al campo a giocare dalle 2 del pomeriggio fino a quando faceva buio, stavo là 4/5 ore tutti i giorni della settimana, e allora non c’erano le scarpe da calcio, si giocava con quelle normali. Si arrabbiava sempre. E mi diceva: ma non è possibile che tu consumi tutte queste scarpe!». Ma il pallone non fu la prospettiva della vita, da giovane: «Papà Vittorio era impiegato in un’azienda di tessuti a Prato, era un ragioniere, si occupava di amministrazione e così anch’io ho fatto ragioneria. I miei per me volevano un posto in banca, era una sorta di punto d’arrivo, posto sicuro, tranquillo, quella era la strada». Già con il diploma di ragioniere, però, il calcio cominciava a prendere il sopravvento: «A 16 anni ero già nei ragazzi della Juventus. A 17 ho esordito il Coppa Italia. Si capiva da ragazzino che ero già bravo e credo che anche i miei genitori, papà in particolare, abbiano capito che poteva essere quello il futuro, anche se la certezza non c’era».

“Quanto dura un attimo”

Da lì in poi i trofei, il primo Mondiale in Argentina, la vittoria del 1982 in Spagna, i tre gol al Brasile. E così si arriva all’attimo di cui parla il libro, che comincia dal rumore dei tacchetti negli spogliatoi del Santiago Bernabeu in attesa della finalissima contro la Germania, che l’ha definitivamente consacrato campione.«E’ l’attimo in cui rapinavo un gol e anticipavo gli avversari… col pensiero. Questo è il significato. Ma non è solo l’attimo calcistico, il gol di rapina, di velocità. E’ anche l’attimo di felicità, di gioia, che passa velocemente. Non ero proprio un ragioniere del gol. Anzi. I gol erano istinto, l’essere al posto giusto al momento giusto, quanto dura un attimo appunto, quando fai cose che agli altri non riescono in un istante». Pablito ricorda le figure che per lui hanno contato: «Partendo da Vicenza dal rapporto con G.B. Fabbri (tecnico del Real Vicenza che arrivò secondo in A dietro alla Juventus ndr), per me fondamentale, una sorta di secondo papà. E poi Giussy Farina, non aveva mai interpretato la figura del presidente come una cosa romantica, lui faceva gli affari punto e basta, ma con me è stato diverso, si è quasi ‘innamorato’ del calciatore Rossi e questo è sfociato nella storia delle buste col Vicenza, dei due miliardi e mezzo per la comproprietà alla Juventus, una mezza follia. Ma lui ha voluto viverla fino in fondo. E poi Bearzot, tecnico della nazionale che ha creduto in me».

Legame con Vicenza

L’autobiografia è stata scritta a quattro mani con la moglie, la giornalista Federica Cappelletti: «Praticamente io racconto e lei scrive. E’ rimasta attratta da queste storie, non le ha vissute ma si è abituata venendo in giro con me a sentirle raccontare. Soprattutto il rapporto forte con la città di Vicenza. Ci è venuta quattro volte ed è rimasta colpita da come mi tratta la gente: uno speciale, uno di famiglia. Dice che non ha mai visto un rapporto così. Io del resto con Vicenza non mi sono mai tirato indietro, l’ho sempre vissuta come una cosa mia, partecipando alla vita anche sociale della città, è una cosa che ho sempre sentito dentro. A Vicenza è legata anche una parte personale della vita». Un legame forte, tanto da farlo ormai passare per vicentino di nascita: «Vero, c’è gente che pensa che io sia nato lì. Tutti mi associano alla squadra e alla città. In effetti a Prato, dove sono nato e da dove sono andato via a 16 anni, non ci sono tornato, se non per far visita a mamma, a mio fratello. In agriturismo in Toscana sono venuti giorni fa alcuni rappresentanti di una grossa azienda nazionale, arrivavano da diverse parti d’Italia, per un convegno. Quando sono andato a salutarli qualcuno mi ha urlato: “Lanerossi Vicenza!”. Dal 1978, dal secondo posto in A, sono passati 41 anni. Adesso il legame è tornato di attualità, da dirigente nel cda della società di Renzo Rosso».

Un film? Sì

Pablito anticipa che che la sua storia si potrebbe vedere in tv o al cinema: «Diventerà un film o una fiction, è più di un’ipotesi, abbiamo già avuto contatti anche se non c’era ancora niente di firmato. Ma è un progetto abbastanza avanti». Ci vorrà un attore che sappia giocare a a calcio per interpretarlo: «Sarà una scelta importante in effetti, se giocherà a calcio come me». Sorriso. «Difficile».