“Cahier”, una bibbia per gli amanti di Houellebecq

Il volume raccoglie inediti ma anche saggi di altri scrittori sul genio francese, baluardo contemporaneo della grande narrazione

Del più grande scrittore dei nostri giorni si parla tanto – caso più unico che raro, vista la marginalità della letteratura a livello sociale. In lingua italiana, però, mancano significativi apporti saggistici – anche in francese e in inglese, a dire la verità, considerata la portata del personaggio. Pertanto ogni cultore dello scrittore d’oltralpe non potrà che salutare con un entusiasmo da infante al negozio di giocattoli l’uscita di “Cahier” (La Nave di Teseo), un testo che, per quanto la copertina possa trarre in inganno, non è di ma su Houellebecq.

Nelle quasi 400 pagine del volume c’è, come si suol dire, un po’ di tutto, da certi inediti del Maestro, appartenenti alla sua preistoria letteraria, a contributi dei più disparati, da quelli di vecchi amici passando per molti scrittori famosi. A tenere in piedi una così considerevole mole di testi il tentativo di ricostruire un quadro a tutto tondo dello scrittore più controverso e geniale del mondo.

Naturalmente, non è consigliabile usarlo alla stregua di un manuale propedeutico per i “non praticanti” dell’opera houellebecquiana, onde evitare di farsi influenzare in senso negativo o positivo che sia. Meglio leggere questa per intero – sempre in ordine cronologico, per carità, così da seguirne gli sviluppi – e poi, casomai, rileggerla con l’ausilio di tutti questi contributi che certo aiutano a farsi un’idea del personaggio («mediatico proprio perché non mediatico») e di ciò che ha prodotto a livello letterario e più in generale artistico. Anzi, finalmente si vedono raccolti interventi di spessore – infatti, quasi nessuno italiano – che servono a meditare, anche in modo critico, sul lavoro dell’autore di Le particelle elementari, diversamente dai soliti trafiletti giornalistici nostrani in cui è spesso imbarazzante notare come l’articolista non abbia letto il testo, ma si stia arrabattando a trovare sinonimi per riscrivere la quarta di copertina, o un lancio qualsiasi di agenzia.

È così che incontriamo un Michel Thomas – questo il vero nome dell’autore –, prima che diventi Houellebecq, raccontato ai tempi dell’università, quando ancora leggeva i suoi testi poetici in certi circoli che possiamo facilmente indovinare poco frequentati e un po’ sfigati per così dire, fino al successo e agli scambi via email con Teresa Cremisi, amministratrice del gruppo Flammarion, l’editore francese. Non sarà difficile notare che lo scrittore è sempre brillante, persino nella corrispondenza via computer e che, com’era facilmente immaginabile, ha serie difficoltà con la vita pubblica.

Una cosa è certa, comunque, alla fine della lettura, a prescindere dal fatto che si sia semplici fruitori da libreria o critici, ovvero che «la sua opera ha suscitato in molti lettori la sensazione improvvisa di riconoscere il mondo in cui vivevano e, in un certo qual modo, di ritrovarcisi». I testi raccolti lo confermano. E ciò avviene perché l’opera di Houellebecq è, similmente alla Commedia umana di Balzac a suo tempo, un tentativo di rispecchiamento e una chiave interpretativa della società che ci circonda – operazione piuttosto rara oggigiorno, specie in Italia, dopo Moravia. Proprio quando si parla tanto di morte del romanzo è rinfrancante sapere che solo un tipo di narrazione è destinata a finire miserabilmente, quella che può essere rimpiazzata dalle serie televisive. Ma quella vera, che ha il coraggio di affrontare il presente per decifrarlo, quella non morirà mai: qualcuno, per fortuna, ha ancora voglia di capire.