Autonomia alla Boccia: nebbia in val padana

La legge-quadro del ministro Pd ha ottenuto il sì di tutte le Regioni. Ma l’ambiguità regna sovrana. E la manfrina continua

La tiritera avanti-andré sull’autonomia di Veneto, Lombardia e, più pacatamente, dell’Emilia-Romagna sembrerebbe aver fatto un passo in avanti con il colpo d’ala del ministro agli affari regionali, Francesco Boccia (Pd, in foto), consistente nella “legge-quadro” con cui ha ottenuto tre risultati in uno: ha fatto sentire coinvolte tutte le Regioni d’Italia inquadrando, appunto, le richieste di autodeterminazione in una cornice nazionale rassicurando sul sacro vincolo dell’unità; ha rabbonito i più scalpitanti e impazienti, cioè i governatori leghisti Luca Zaia e Attilio Fontana, sfornando una proposta di pochi articoli che aggrediscono, almeno sulla carta, i nodi essenziali, che poi é uno soltanto e cioé quanti soldi restano là dove sono fiscalmente generati; e soprattutto ha preso tempo, mettendo in moto una macchina burocratica con tempistiche ovviamente incerte, il che rappresenta il vero lato oscuro dietro l’ennesimo annuncio trionfale sull’autonomia che sicuramente verrà (sì, come no).

Vediamo in dettaglio. La legge Boccia si concentra sui due problemi che fanno alzare scudi, lame e ponti levatoi agli avversari delle autonomie del Nord, che nell’attuale maggioranza pullulano dalle parti del M5S centro-meridionale (il bellunese ministro dei rapporti con il parlamento, Federico D’Incà si consuma la voce a minimizzare, rintuzzare e sorvolare, ma tant’è), dei renziani di Italia Viva (che hanno posto una serie di paletti tutt’altro che peregrini, benché chiaramente a fini strumentali, dissidenti su tutto come sono in questa fase), da Leu e anche, sottotraccia, nel Partito Democratico dello stesso Boccia. Le questioni sono i Lep, i Livelli essenziali di prestazioni che devono essere garantiti nei servizi ai cittadini nell’intero Paese (istruzioni, trasporti, assistenza sociale, asili), e i fabbisogni standard, che sono le spese per coprire quei servizi. Il progetto del ministro prevede che un neo-commissario del governo munito di apposita “unità di missione” nuova di zecca (ce n’è già una sui fabbisogni: ma sì, abbondiamo…) definiscano sia Lep che relative spese, da recepire successivamente con relativi decreti. Dopodiché le Regioni, attenendosi alle cifre individuate, finanzieranno i servizi trattenendo una quota di tasse, ma nel rispetto del principio di perequazione che assicura a quelle più povere di ricevere compensazioni ai loro scompensi di bilancio. In particolare, per le infrastrutture è previsto un fondo ad hoc di 3,6 miliardi in 12 anni.

In quale particolare dettaglio si nasconde il diavolo? Nei tempi, as usual. Nei tempi e nella ciccia: il conto della spesa. Boccia pare aver messo da parte l’indicazione temporale, ma nella versione testuale originaria si legge: «Qualora entro 12 mesi dalla data di entrata in vigore della legge di approvazione dell’intesa non siano adottati i Lep, le risorse alle Regioni sono assegnate sulla base delle risorse a carattere permanente iscritte nel bilancio dello Stato a legislazione vigente». Ora, l’individuazione dei Lep, ovvero dei fabbisogni, la si aspetta dalla riforma semi-federale della Costituzione nel 2001. Adesso in un anno, promette Boccia, ce la faremo. Bisognerebbe sapere quale anno. E ancora: nella frase di cui sopra si fa riferimento in sostanza alla spesa storica. Questo significa che se invece non si riesce nell’impresa, allora le Regioni aspiranti autonome avranno più autonomia di quel che lo stesso Boccia pensa di conceder loro. Di che spesa storica stiamo parlando? Boh. Di quella media nazionale, o di quella locale, che allora premierebbe di gran lunga il Veneto?

In tutto ciò, fra pochi giorni, per l’esattezza il 10 dicembre, si insedierà anche una bella commissione di esperti, che senz’altro mancava all’appello, in cui Boccia ha chiamato pure l’ex governatore lombardo e predecessore di Salvini alla guida della Lega, Bobo Maroni. Immorale della favola: fra elefantiasi di tecnici, ambiguità e sospesi, tempistiche improbabili e future alluvioni di parole, pareri, promesse e rilanci, il forte sospetto é che il quadro, nonostante la formidabile legge-quadro, non cambi di una virgola. Speriamo di sbagliarci.

(ph: Imagoeconomica)