Tumori: un italiano nella culla delle Car-T, ‘le useremo prima e meglio’

Orlando, 10 dic. (dall’inviata dell’AdnKronos Salute Paola Olgiati) – Era la fine del 2012 e Marco Ruella, torinese trapiantato negli Usa, all’università della Pennsylvania di Philadelphia le Car-T le ha conosciute bambine. Praticamente ‘in culla’ nei laboratori di Stephen J. Schuster, ematologo fra i padri dell’immunoterapia cellulare anticancro. A distanza di 7 anni il giovane scienziato, 37 anni compiuti oggi, alla UPenn ci insegna, ha un suo gruppo di ricerca ed è direttore scientifico del Programma linfoma guidato da Schuster. In futuro non esclude il riorno in Italia, ma prima ha altri progetti: “Le Car-T – dice – le ho viste appena nate e poi crescere. Ora speriamo di continuare a farle diventare grandi. E’ ancora molto emozionante vedere come si sviluppano”.
Incontrato dall’AdnKronos Salute al 61esimo Congresso dell’American Society of Hematology (Ash) che si chiude oggi a Orlando, Ruella fa il punto sulla direzione in cui stanno andando i trattamenti che armano il sistema immunitario dei malati contro i tumori. “In pochi anni si è visto uno sviluppo esponenziale delle Car-T – osserva – All’Ash si è passati da una decina di abstract a centinaia e adesso è arrivato il momento di pensare ai prossimi step”. Il primo sarà imparare a ‘mirare’ queste terapie individuando “i pazienti più giusti”, quelli con più chance di reagire alla cura e di non smettere di farlo. “Nel linforma – ricorda l’esperto – sono ancora un 30% i pazienti che ne beneficiano a lungo termine. C’è quindi un grosso sforzo da un lato per capire quali sono i fattori che a un certo punto portano alla ricaduta, dall’altro per sviluppare nuovi approcci in grado di aumentare il tasso di risposte a Car-T”.
Missione usarle meglio, ma anche usarle prima. Iniziare questi trattamenti nelle fasi più precoci di malattia, “se non in prima linea”, per Ruella “sarà il futuro. I vantaggi sono vari – spiega – La qualità dei linfociti T”, i ‘soldati’ del sistema immunitario che vengono geneticamente modificati per attaccare il cancro, “è migliore perché sono stati meno esposti al tumore e hanno ricevuto meno chemioterapia. Inoltre il paziente sta meglio, ha avuto minori tossicità dalle terapie precedenti e potenzialmente potrà sopportare di più quella nuova”. Infine i costi: anticipando l’uso delle Car-T, con più efficacia e sicurezza, ne guadagnerebbe “il bilancio economico. Perché se il paziente va in remissione completa, a lungo termine è un risparmio per il servizio sanitario”.
Somministrare Car-T al paziente giusto e nel momento giusto, possibilmente prima, è dunque l’obiettivo principale da centrare ‘in corsia’ con i prodotti già disponibili. Ma cosa succede ‘al bancone’? Ruella passa in rassegna le tante novità che sul fronte oncoematologico hanno acceso l’Ash 2019: dagli anticorpi bispecifici che potrebbero offrire ‘un’altra spiaggia’ quando anche l’ultima fallisce, alle Car-T a doppio bersaglio con meno rischi di recidiva e promettenti anche contro il mieloma, fino all’immunoterapia cellulare ‘off-the-shelf’ pronta all’uso. Car-T o Car-Nk (Natural killer) ‘prêt-à-porter’ – pensate per essere più efficaci, sicure e accessibili – prodotte non partendo dalle cellule immunitarie del paziente, bensì da quelle di un donatore o da staminali pluripotenti indotte.
Lo scienziato non ha dubbi: “La terapia di combinazione è quella che porterà a risposte maggiori. Per esempio associando a Car molecole che colpiscono il tumore con un altro meccanismo, riducendo il rischio di ricadute e potenziando l’attività delle Car stesse”. Pensando alle prospettive che si aprono, Ruella si dice “ottimista. Molto per il linfoma e anche per il mieloma, sul quale però siamo ancora agli inizi”. E i tumori solidi? “L’interesse della ricerca è molto grande – risponde – perché ci sono molti pazienti, in generale con una prognosi peggiore. Uno dei limiti dei tumori solidi è il fatto che non esprimono antigeni ‘buoni’ da colpire come fanno invece quelli del sangue. Questo però non vuol dire che le Car non funzioneranno – precisa l’ematologo – Significa che servirà ancora molta ricerca prima di poter ottenere dei risultati in clinica”.
Delle Car-T fanno meno paura anche gli effetti collaterali: premesso che “c’è differenza fra prodotto e prodotto – puntualizza Ruella – la gestione della tossicità è cambiata molto rispetto a quando ho iniziato a fare ricerca in questo campo. Adesso ci sono linee guida, farmaci per prevenire e farmaci per trattare molto avanzati. Crs (sindrome da rilascio di citochine) e neurotossicità sono un problema, ma oggi abbiamo la possibilità di trattarla nella grande maggioranza dei pazienti”.
Per concludere, il ‘nodo’ economico: “La speranza è che con l’avvento di nuovi prodotti nel lungo termine ci sia una riduzione dei prezzi”, ragiona lo scienziato. “Anche spostare il trattamento con Car-T in fase precoce aiuterà a ottimizzare il rapporto costi-benefici”, ribadisce.
Molto dipende poi dal modello sanitario di un Paese: “In Europa c’è più potere di contrattazione, specie se gli Stati lavorano insieme per ottenere pacchetti convenienti. Negli Usa certamente l’ostacolo finanziario esiste, ma riusciamo a trattare la maggioranza dei pazienti. Alla UPenn per il linfoma ne abbiamo almeno uno o due a settimana”. E a ‘casa Car-T’, Ruella riceve anche tante richieste di aiuto dall’Italia: “Arrivano al ritmo di una ogni 2 settimane. Sono pazienti o mamme che chiedono una consulenza e io cerco di indirizzarli nei centri che nel nostro Paese stanno facendo molto bene”.
Il giovane cervello tricolore non dimentica le sue radici e cita i suoi maestri italiani, Mario Boccadoro e Corrado Tarella. “Sono grato all’Italia dove ho fatto tutti gli studi”, racconta. “Sono arrivato in America pensando di rimanerci 2 anni e invece sono ancora qui. La mia ragazza – sorride lo scienziato – mi ha seguito quasi subito e ci siamo sposati due volte, matrimonio civile negli Usa e religioso in Italia. Abbiamo un bimbo che è nato qui ed è americano. Penso che a breve termine il mio futuro sarà in America dove ho il mio team, c’è molto interesse per queste terapie e molte risorse per fare ricerca. Ma un giorno non escludo di tornare in Italia, magari per avviare un mio gruppo e per portare nuove cure”.

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