“Una banca popolare”, un’inguardabile BpVi a teatro

Lo spettacolo dello Stabile del Veneto sul crac é una debole parafrasi delle cronache giornalistiche. In cui manca il tema più importante: la fiducia tradita

In una villa antica da qualche parte nel Veneto, durante una grande festa, cinque amici incrociano le rispettive frustrazioni, il senso della loro sconfitta e della loro inutilità. Sono due imprenditori, falliti in maniera diversa – personale o professionale – ma comunque devastante; la moglie di uno di loro, insofferente e in fondo disperata; un avvocato maneggione spaventato delle segrete infamie di cui è a conoscenza; un medico pensieroso che confronta la realtà del suo lavoro – l’avamposto di un pronto soccorso ospedaliero – con lo sfascio della società a cui appartiene. Lo sfondo è il crac della “grande banca del territorio”, spazzata via da un buco di due miliardi di euro.

Tutti quelli che partecipano alla festa, sempre più plumbea e surreale, facevano parte, come i cinque amici, del “primo cerchio”: imprenditori e professionisti strapazzati dalle mareggiate della crisi, incapaci di comprendere la portata del declino del modello veneto, che si cullavano nell’illusione del privilegio dato dallo stretto rapporto con il “dominus” della “Banca Popolare del Nordest”, sempre pronto a venire incontro alle loro esigenze. I boiardi decaduti ed emarginati – e per questo in rivolta contro il loro “padrone-benefattore” – di un sistema di potere durato per decenni e mai sfiorato dall’aria pura di un pensiero autonomo o capace di critica.

Si apre così “Una banca popolare“, lo spettacolo scritto da Romolo Bugaro su commissione del Teatro Stabile del Veneto, al debutto assoluto ieri sera al Goldoni di Venezia (repliche fino a domenica) e nel prossimo gennaio al Verdi di Padova. E bisogna dare atto allo scrittore padovano di un notevole coraggio: questo è infatti il suo primo lavoro per la scena e non è facile confrontarsi con tema che è una ferita ancora sanguinante. Cronaca di piena attualità: il processo di primo grado per il crac della Popolare di Vicenza (ad essa e ai suoi personaggi, più che a Veneto Banca il testo fa evidente riferimento primario) non è ancora arrivato a sentenza. Quanto allo Stabile, ha provato a fare il suo mestiere: il teatro non è fuori dal mondo, la società e la vita di oggi devono arrivare sul palcoscenico, soprattutto se raccontano la crisi e il crollo di un modello che si credeva invincibile. Ha provato, ma il risultato è deludente.

Oltre l’interesse e la necessità stessa di questo progetto, infatti, la prima di “Una banca popolare” ha dato netta la sensazione da un lato di una resa teatrale troppo frammentaria per potere essere considerata positivamente. E dall’altro di una prospettiva così di parte da risultare francamente sconcertante. Il titolo stesso è fuorviante, nel suo alludere all’aspetto istituzionale con una implicita accentuazione sull’aggettivo “popolare”, mentre invece la pièce, per quello che sì è visto, avrebbe potuto intitolarsi, che so, “Un banchiere“. Nella pièce, il banchiere è Gianfranco Carrer, ultradecennale presidente e uomo-tutto della Popolare del Nordest: ogni riferimento a personaggi reali è puramente voluto.

Nella prima metà dello spettacolo, mentre i cinque amici si scorticano dialetticamente e due di loro alla fine rischiano di arrivare a vie di fatto, nel crudele rinfaccio di viltà e infamie assortite (ma sempre con il dio denaro e i suoi potenti sacerdoti a muovere questi burattini), il “dominus” è un convitato di pietra. Assente anche se drammaticamente presente. Nella seconda parte invece il banchiere si prende la scena e la tiene fino in fondo: un monologo di tre quarti d’ora che riprende temi, argomentazioni, posizioni ben note a tutti quelli che hanno seguito e seguono le cronache dello sfacelo della Popolare di Vicenza. In scena è andata l’autodifesa dell’ultimo presidente della banca “vera”, che dopo lungo silenzio e assordante assenza è oggi in prima fila nel chiarire, rivendicare, spiegare a modo suo.

Ma il teatro sull’attualità non può limitarsi a ripercorrere la strada di una sostanziale parafrasi di atti giudiziari o di uscite giornalistiche. Se poi la cosa è unilaterale – non c’è contradditorio durante la tirata auto-assolutoria del banchiere Carrer – è impossibile accettare la tesi di Bugaro, che afferma di avere voluto “andare oltre la cronaca e riflettere in profondità sul meccanismo della caduta”. In realtà, questo testo oltre la cronaca ci va di sfuggita solo nella prima parte, promettente ma senza seguito. E il “meccanismo della caduta” individuato dallo scrittore padovano ripercorre esclusivamente il tormentone delle autodifese ormai passate agli archivi o consegnate a qualche libro. Si focalizza la questione del rapporto fra il “dominus” e i privilegiati del “primo cerchio”, che è solo un aspetto di tutta la storia. Non si arriva mai al cuore dell’altro tema rovente e fondamentale: il colossale tradimento della fiducia di chi fra i privilegiati non c’è mai stato e spesso si è trovato rovinato. Quelli sono la carne da cannone nella guerra del generale-banchiere, che dedica loro una sprezzante citazione di sfuggita.

Dal punto di vista drammaturgico, questa impostazione si riflette in una debolezza generale: questo è un testo nel quale accade qualcosa solo alla fine della prima parte (quando due degli amici vengono alle mani), dopo un percorso psicologico nei dialoghi che qualche interesse lo costruisce. Nella seconda non accade proprio nulla. C’è solo il lungo spot sulle ragioni del banchiere. A meno di non considerare un colpo di teatro il fatto che proprio alla fine uno degli amici di cui sopra, beneficato-traditore, ritorni in scena e dia un calcio nel sedere al banchiere facendolo ruzzolare nella polvere.

Se non altro, lo spettacolo firmato da Alessandro Rossetto, è costruito piuttosto bene. La festa in villa non viene realizzata sulla scena ma “rappresentata” in multimedia, grazie alla proiezione quasi sempre muta, di una parte del materiale video che lo stesso regista ha già realizzato in previsione della versione cinematografica dello spettacolo da Bugaro. Le proiezioni sono quasi sempre in un livido bianco-nero molto efficace; gli stessi interpreti in scena interagiscono con i filmati, vi entrano e ne escono in un gioco di straniamento non banale.

Il gruppo degli attori è ben assortito e funziona. Il banchiere Carrer è un Fabio Sartor risentito e arrogante, convinto della “sua” verità. I personaggi-simbolo dello sfacelo veneto si muovono e parlano con naturalezza drammaticamente fatua e implicitamente tragica: sono Mirko Artuso, Diego Ribon, Sandra Toffolatti, Valerio Mazzuccato e Davide Sportelli. Il teatro Goldoni era lontano dal tutto esaurito: palchetti deserti, più di qualche poltrona vuota in platea. Chi c’era alla fine ha applaudito senza particolare entusiasmo. Chissà se era presente qualche ex socio della Popolare di Vicenza. Se c’era, ha dato prova di invidiabile aplomb.