Presidente Mattarella, scusi ma su Piazza Fontana dissento

A 50 anni dalla strage, è indegno di un Paese civile non poter conoscere i nomi dei mandanti. Ma le parole del Capo dello Stato stonano

Ricordare non è da tutti e gli anniversari sono spesso una prova difficile. Una trappola, per chi non è pronto. A volte non bastano i discorsi per evitare brutte figure, se il tempo è passato invano, spesso sarebbe meglio lasciar stare. Il silenzio può essere molto meglio di una commemorazione sbagliata. Prendiamo il caso dei cinquanta anni dalla strage di Piazza Fontana, celebrati in tutta Italia questa settimana con grande spazio sui giornali. In linea di massima una liturgia sprecata, inutile, forse dannosa.

In Veneto ha furoreggiato l’ex magistrato Guido Salvini, che negli anni si è appassionato alla vicenda della strage di Piazza Fontana, comprensibilmente, perché un po’ di giustizia su una vicenda del genere è certamente una delle necessità più sentite in Italia, uno dei bisogni più sacrosanti non solo verso i morti e i loro cari. Però non sempre le buone intenzioni producono risultati altrettanto apprezzabili. Anche Salvini come molti altri magistrati non è riuscito ad arrivare a una sentenza che chiarisse una volta per tutte come andarono le cose, distinguendo con sicurezza colpevoli e innocenti, mandanti da esecutori.

Come non dovrebbe mai capitare in un paese civile, i dubbi sono rimasti numerosi e le ipotesi, i teoremi hanno avuto il sopravvento su tutto, anche a cinquanta anni di distanza. Nessuna certezza inoppugnabile (l’unica sentenza definitiva che c’è stata è parziale sugli esecutori e assente sui mandanti) forse proprio perché fin dagli inizi le indagini furono inquinate da depistaggi evidenti, come da pregiudizi ideologici che favoriscono le assoluzioni e fanno il gioco di chi non vuole trovare i colpevoli.

E i giornali nazionali, che già a suo tempo certamente non avevano aiutato l’iter di accertamento delle circostanze, hanno ripreso a suonare la grancassa dei luoghi comuni. Infine, sull’onda delle dichiarazioni di Salvini, i giornali veneti, alla ricerca di scoop e di glorie locali non hanno trovato di meglio che ripetere la notizia falsa (perché indimostrata) di una probabile mano veneta sul tragico attentato del 12 dicembre 1969 alla Banca Nazionale dell’Agricoltura. E intanto le vittime stavano a guardare.

Dispiace dirlo ma in questo baillame di chiacchiere, anche il Presidente della Repubblica non è riuscito a trovare le parole più adatte per la gravità delle circostanze. Ha parlato scusandosi di «colpa dello Stato» per i depistaggi e le mancate risposte ai parenti e a tutti gli italiani. Come se il Presidente della Repubblica non fosse in realtà egli stesso il simbolo e l’essenza della Repubblica Italiana, di questo Stato che evidentemente è colpevole non solo di omissioni e ostacoli per la strage di Piazza Fontana. L’assenza di senso delle permanenza istituzionale nei discorsi pubblici suona male, come se il Presidente, per desiderio consolatorio, potesse separare la sua opinione personale dall’obbligo di responsabilità che egli mantiene nei confronti di qualsiasi atto compiuto dallo Stato, presente o passato, giusto o sbagliato.

È troppo comodo che quanti siedono ai vertici, quanti hanno la responsabilità del Paese, possano dissociarsi da fatti, che certamente essi non hanno causato direttamente, ma dei quali per senso istituzionale dovrebbero caricare sulle proprie spalle. Vogliamo dirla tutta? Anche con il fascismo, anche con la guerra molti furono coloro che pur avendo avuto responsabilità istituzionali prima dopo e durante, si sentirono ciononostante legittimati a dissociarsi da ogni responsabilità conseguente. Così siamo ancora qui ad accapigliarci sul nulla che ci rifiutiamo di comprendere. È una storia vecchia a ben vedere. Se lo Stato sbagliò dopo Piazza Fontana la responsabilità fu certamente degli uomini che componevano quello Stato e dei loro successori. Ma nessuno ha il diritto di smarcarsi, in uno Stato serio.

La conoscenza storica e il senso delle istituzioni sono doti rare nel nostro Paese, in particolare tra tutti quelli che allegramente si offrono per posizioni di vertice. Ma la loro mancanza torna a galla ad ogni anniversario. È un vuoto che genera il senso triste di quanto ci sia da lavorare ancora in questo paese per diventare qualcosa di più della famosa «espressione geografica», un’Istituzione creata per il bene dei propri cittadini e lo sviluppo di politiche internazionali di pace.