Lanaro, il Woody Allen di Malo

Meneghello ha un degno erede: “Ogni cosa che passa” racconta la profonda provincia con ironia e filosofia

Dopo Luigi Meneghello, si può ancora scrivere di Malo? Si può (aggiungo: era ora) se si hanno tutte le carte in regola – origine, appartenenza, esperienza, memoria. Ma soprattutto se si riesce a trovare una chiave di originalità dentro agli insidiosi confini del memoir di paese, genere come pochi insidioso, non fosse che per la sua inflazione. L’operazione riesce a Paolo Lanaro con il suo nuovo libro, “Ogni cosa che passa” (Cierre edizioni). Senza rinnegare l’arcigna ombra dell’aedo maladense del secondo Novecento, ma regalando una prospettiva diversa non solo dal punto di vista anagrafico – c’è pur sempre di mezzo un cambio di generazione – ma specialmente nella soggettività insieme poetica e narrativa.

Poeta significativo nel panorama letterario italiano a partire dagli anni Ottanta (la sua ultima raccolta s’intitola Rubrica degli inverni e l’ha pubblicata Marcos y Marcos nel 2016), Lanaro ha iniziato cinque anni fa un percorso nella narrativa che si può per molti aspetti considerare parallelo rispetto a quello poetico, pur nella sua più netta connotazione autobiografica. Da questo punto di vista, il suo ultimo libro rappresenta il terzo elemento di quella che ci appare oggi come una trilogia peraltro aperta, niente affatto compiuta, che è iniziata nel 2014 con “Una tazza di polvere” ed è proseguita tre anni dopo con “Contro i venti invisibili“. Cronologicamente, il percorso non è lineare, quasi a rendere palpabile la complessità dell’approccio alla “materia di Malo”: il primo volume lascia il paese come cornice del tormento adolescenziale dell’autore e del suo percorso verso la risoluzione dei dubbi e dell’angoscia delineando piuttosto un nitido romanzo di formazione; il secondo pur tra frequenti e non casuali balzi all’indietro, prende le mosse dal passaggio del collocamento a riposo per delineare un’ironica storia clinica privata ad alto tasso di filosofia esistenziale.

Ora, gli indugi sono abbandonati e la narrazione consiste in una vasta e multiforme zoomata proprio sul paese dove l’autore ha vissuto i primi vent’anni della sua vita (peraltro, mai chiamato per nome, mentre lo sono toponimi, località circostanti, centri grandi e piccoli del circondario). Nello specifico, l’epoca è quella fra la seconda metà degli anni Cinquanta e i primi anni Sessanta. Le memorie si accavallano e s’intersecano. Non mancano i balzi nel tempo, specie quando l’io narrante prende il sopravvento sulla materia raccontata. Sfila una nutrita squadra di amici, compagne e compagni di scuola, personaggi adulti più o meno nitidi. Si susseguono le descrizioni dei luoghi, delle stagioni, delle attività tipiche, sportive o ricreative o scolastiche. La figura del padre e della madre sono cesellate in bassorilievo in due specifici capitoli profondamente diversi uno dall’altro: una dolorosa riflessione nel primo caso, contemplazione di una vicenda umana complicata e sofferta; una sorta di “fiction” a partire da un episodio autentico nel secondo, con un taglio narrativo “oggettivo” che riecheggia in un sofisticato gioco stilistico il Parise anni Cinquanta.

È una successione di storie piccole e grandi, riportate alla luce dalle profondità della memoria, che procedono sul doppio binario di un’elegia malinconica ma lucida e del tutto esente da rimpianti e di un’ironia acuminata e raffinata, di genere paradossale e implicitamente satirico, un po’ alla Woody Allen. Ci sembra ad esempio che emerga una sorta di analogia tutta culturale e “di pensiero” fra il modo in cui il cineasta americano tratta il suo rapporto con la religione ebraica, e le pagine nelle quali Lanaro – attorniato dalla schiera degli amici – s’interroga sulle questioni della dottrina cattolica nella quale sono ovviamente immersi fino al collo, eppure capaci di vigorose bracciate dialettiche che impediscono a tutti di finire sott’acqua. Per dire: «I sogni si dovevano confessare? Sulla questione c’erano posizioni diverse. Sognarsi di baciare qualche ragazza di Isola o di Valdagno si poteva considerare sacramentalmente trascurabile. Ma se passavi tutta la notte a cavallo della signora Petrelli o dell’irresistibile Maria Carla si poteva sorvolare come se niente fosse?».

Questioni teologiche nella profonda provincia veneta degli anni Cinquanta… Le storie e i personaggi, tuttavia – e in questo consiste l’originalità della narrazione – sono sempre oggetto di uno sguardo nitidamente, insistentemente filosofico. Tanto che alla fine questo memoir esprime come caratteristica principale proprio quello della sua intima natura speculativa: i dubbi e le domande dei ragazzini di quei lontani anni Cinquanta si rispecchiano nei dubbi, a volte nelle risposte dell’autore oggi. E lo sguardo sulla vita di allora passa attraverso questo filtro, del resto presente “in nuce” nella maniera in cui la piccola schiera di personaggi si avvicinava alla vita e ne scopriva le contraddizioni. Il tutto viene raccontato con un’eleganza e una leggerezza poetica che sono il vero valore aggiunto di queste prose e le rendono capaci di uscire dal ristretto ambito del memorialismo locale di maniera per trovare spunti capaci di parlare a tutti, dovunque. Perché non ci si libera di Malo, e Malo riesce a essere un universale ancora oggi.