6 contro-punti programmatici al nulla delle Sardine

La piattaformina uscita dalla manifestazione di Roma del movimento fondato da Santori é una netiquette da educande. Qualche immodesta proposta di segno differente

Le Sardine hanno prodotto sei punti programmatici di raro spessore e originalità. Chi scrive ha immaginato come potrebbero essere diversamente elaborati se vivessimo in un’Italia decente, che non si divide fra ipocriti moralisti e cinici immoralisti, ma fra gente che contrappone idee forti a idee forti e non si rassegna al pensiero debole.

1. Pretendo che si abbia un lavoro che consenta un’«esistenza libera e dignitosa» (articolo 36 della Costituzione). In una democrazia rappresentativa, i politici sono eletti per far rispettare questo diritto, fra gli altri. Se passano tot ore nell’ufficio istituzionale o no, questo é un problema di secondo grado. L’importante é il risultato, il resto é puntiglio da orario sindacale. Ps: chiaro che qui si polemizza con le protratte e sistematiche assenze del Salvini nell’europarlamento prima e al ministero degli interni poi. Salvini va criticato per le ipocrisie e le doppiezze (mo’ mandava avanti Giorgetti a proporre l’ex presidente Bce, Draghi, come premier: no dico, Draghi), non sul timbro del cartellino.

2. Pretendo che tutti coloro che rivestono cariche pubbliche, quindi non solo un ministro, abbiano senso dello Stato e del decoro istituzionale, anche e non solo sui social network. Senza per questo ignorare che purtroppo, sottolineato purtroppo, il marketing – teoria e prassi dell’intellettuale collettivo Pubblicità – é l’anima del commercio in politica. Porca miseria.

3. Pretendo trasparenza sugli atti di pubblica amministrazione e su come vengono gestiti i fondi per la politica, per esempio cambiando la normativa sulle fondazioni con cui lorsignori hanno furbescamente aggirato gli obblighi di rendicontazione per i soli partiti.

4. Pretendo che l’informazione giornalistica sia rispettosa dei fatti, non secondo la storiella di separarli con l’accetta dalle opinioni (ogni notizia é già in sé, causa selezione, priorità e “taglio”, un’interpretazione), ma praticando il faticoso esercizio dell’onestà intellettuale. Che siccome é merce rara e non si può prescrivere per legge, come tutti i princìpi etici va tarata caso per caso, giornalista per giornalista. Le anime candide tornino a leggere le favole della buonanotte e lascino parlare i grandi, please.

5. Pretendo che si sappia il minimo indispensabile sul Politico, prima di dar fiato alla bocca per insufflarle dentro bambinate da terza elementare: esso é conflitto, da sempre e per sempre, e presuppone un quantum di aggressività altrimenti si finisce nel brave new world di Huxley (a proposito: l’avete letto? no? leggetelo: é geniale), dove la vita scorre pacificata e senza contrasti ma completamente inebetita e sotto schiavitù apparentemente beata. La violenza verbale da che mondo é mondo fa parte della politica, e solo se sconfina nell’ingiuria e nella diffamazione diventa disonorevole, oltre che costituire reati da codice penale. Equipararla alla violenza fisica é il segno di un rammollimento che non sa più discernere l’atto di impedire all’altro di esprimersi materialmente, che é inaccettabile in democrazia, dallo scontro di parole, anche aspro e sgradevole ma vivo, genuino, sanguigno. Ps: faccio sommessamente notare che sognare l’espulsione della violenza tout court significa in ogni caso presumere di fermare la Storia, di cui, piaccia o no, la violenza é «levatrice» (cit. Benedetto Croce, che era un liberale, non un salviniano fascista nazista brutto sporco e cattivo). Scrivete “Cile” su Google.

6. Abrogare e proporre alternative alle leggi che non consentono una democrazia effettiva. Se facciamo l’elenco stiamo qua fino a domani domattina. Basti un esempio: la Costituzione, che ha qualche parte buona, finché c’é va rispettata ma non è il vangelo e quindi vivaddio si potrà anche modificare, all’articolo 75 vieta il voto popolare sui trattati internazionali, che sono la forma con cui abbiamo via via ceduto coglionescamente la libertà di poter farci una politica finanziaria e monetaria, e quindi economica e sociale, senza dover sottostare a chi ha interessi diversi dai nostri – nostri come popolo, poiché i popoli esistono ancora. Altri Stati europei come la Danimarca, la Francia, la Grecia, la Croazia, l’Irlanda e da ultimo la Gran Bretagna hanno potuto, a volte approvando e a volte bocciando i patti europei. Ma hanno potuto. Noi, no. E questa sarebbe la migliore Costituzione del mondo. Figuriamoci la peggiore.

Ps: in realtà non pretendo proprio niente. Persino i diritti non vanno semplicemente “pretesi”, ma si deve lottare per ottenerli o applicarli. Ma vaglielo spiegare tu, a chi invoca dal basso il paternalismo delegando la materia grigia ai “competenti”. Siamo messi male. Molto male.