Pinocchio era sicuramente vegano, il Gatto e la Volpe proprio no

Nel capolavoro di Collodi, con riferimenti alla cucina sia popolare che ricercata, troviamo un burattino parco e sensibile ma anche schifiltoso

Quattro libri che hanno contribuito alla formazione di una nostra identità nazionale. Sugli scaffali degli italiani, accanto al celebre manuale di cucina di Pellegrino Artusi (“La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene”, 1891), quattordici edizioni nei primi vent’anni, trovavamo “I Promessi Sposi” (1840, versione definitiva), “Cuore” (1886), “Pinocchio” (1883). È di quest’ultimo, capolavoro di Collodi, al secolo Carlo Lorenzini, che desidero leggere quello che da bambino non avevo colto. Qualcuno lo ha definito la prima presenza di una nuova didattica libertaria e di una nuova gioventù. Si può essere d’accordo o meno ma in “Pinocchio” c’è anche dell’altro, qualcosa che tocca più direttamente anche le persone più mature, la cui formazione didattica, buona o cattiva che sia stata, è ormai cosa fatta e la cui fanciullezza è solo un ricordo. Nel narrare le avventure del burattino più famoso del mondo, infatti, il suo artefice parla anche di altro, come di cucina, e non da sprovveduto. Collodi lo fa qua e là, citando ora piatti comuni ora preparazioni più elaborate, proprie della nascente borghesia nazionale più che del popolo, ma lo fa sempre con notazioni puntuali, quasi da esperto della materia. Della conoscenza di alcune preparazioni “borghesi”, per esempio, l’autore dà un saggio nel capitolo 13, quando fa sedere Pinocchio, in compagnia del Gatto e della Volpe, al tavolo dell’osteria del “Gambero Rosso”.

I tre sono stanchi morti: «Fermiamoci un po’ qui – disse la Volpe – tanto per mangiare un boccone e per riposarci qualche ora». Con la consueta ironia, Collodi riferisce come, una volta seduti a tavola, nessuno di loro affermasse di avere grande appetito: «Il povero Gatto, sentendosi gravemente indisposto di stomaco, non poté mangiare altro che trentacinque triglie con salsa di pomodoro e quattro porzioni di trippa alla parmigiana: e perché la trippa non gli pareva condita abbastanza, si rifece tre volte a chiedere il burro e il formaggio grattato!». La Volpe, poi, «avrebbe spelluzzicato volentieri qualche cosa anche lei: ma siccome il medico le aveva ordinato una grandissima dieta, così dové contentarsi di una semplice lepre dolce forte, con un leggerissimo contorno di pollastre ingrassate e di galletti di primo canto. Dopo la lepre, si fece portare per tornagusto un cibreino di pernici, di starne, di conigli, di ranocchi, di lucertole e d’uva paradisa; e poi non volle altro. Aveva tanta nausea per il cibo, diceva lei, che non poteva accostarsi nulla alla bocca».

La ricetta della “lepre dolce forte” è presente anche nell’Artusi, l’epoca è quella… È un piatto complesso, piuttosto robusto, che richiede una lunga preparazione. La pietanza, a base di selvaggina, è propria di un’alimentazione di lusso e la salsa utilizzata, il “dolce forte”, è composta da uvapassa, cioccolata, pinoli, canditi a pezzetti, zucchero e aceto. Anche il contorno a base di pollame (che però non sappiamo come fosse cucinato) rafforza l’idea di un pasto di tipo elitario. Ma alla Volpe non basta, poiché “per tornagusto” si fa portare un cibreino “di pernici, di starne, di conigli, di ranocchi, di lucertole, e d’uva paradisa”. Si tratta del “cibreo”, specialità toscana, una sorta di fricassea di rigaglie di pollo (a cui talvolta vengono aggiunti anche creste e bargigli), cotta nel coccio e servita calda su crostini. Neanche di questo piatto Artusi tralascia di inserire la ricetta, definendolo però come un «intingolo semplice, ma delicato e gentile, opportuno alle signore di stomaco svogliato e ai convalescenti». Il delicato piatto artusiano non è, dunque, il cibreino ordinato dalla Volpe… Di fronte a tanta voracità l’ironia di Collodi sta tutta negli aggettivi e nei diminutivi: “semplice” lepre, “leggerissimo” contorno. Il cibreo diventa “cibreino” per contrapposizione con la ricchezza del piatto: starne, pernici, conigli… tralasceremo lucertole e ranocchi, che appartengono alla dimensione fantastica del racconto. Al contrario della Volpe, il Gatto si rivolgerà a preparazioni più popolari e di uso comune, accontentandosi di triglie al pomodoro (ma trentacinque) e di una supercondìta trippa alla parmigiana che, come sostiene l’Artusi, «comunque cucinata e condita, è sempre un piatto ordinario».

Chi all’osteria del “Gambero Rosso” aveva davvero scarso appetito era proprio Pinocchio: col pensiero fisso al Campo dei miracoli, «chiese uno spicchio di noce e un cantuccino di pane e lasciò nel piatto ogni cosa». Tra i piatti di cucina borghese presenti nel libro vanno anche ricordati i petti di pollo e il cappone in galantina citati nell’episodio di Pinocchio trasformato in somaro (capitolo 33), dove al rifiuto del burattino di nutrirsi appunto da somaro, mangiando cioè paglia e fieno, il direttore della compagnia dei pagliacci chiede sferzante (non solo in senso figurato) se un quadrupede come lui pretendesse di essere mantenuto «a petti di pollo e cappone in galantina». E così un affamato Pinocchio si adatterà a mangiare ciò che c’è nella greppia, accorgendosi, come è ovvio, «che il sapore della paglia tritata non somigliava punto né al risotto alla milanese, né ai maccheroni alla napoletana». Cappone in galantina, risotto alla milanese, maccheroni alla napoletana… sono tutte pietanze della cucina borghese, più o meno sofisticate ma dalla preparazione articolata, ricche di sapori e di odori. Non è roba da Pinocchio, per lui ci sono il fieno e la paglia.

Nella favola di Pinocchio, l’aspetto realistico e quello fiabesco vivono in stretta simbiosi; anzi, si può dire che l’originalità e la natura poetica dell’opera collodiana stiano proprio in questa commistione di fantasia e realtà: da un lato, la falegnameria di mastro Ciliegia, i carabinieri, la scuola… dall’altro, gli animali parlanti, la fata Turchina, il pescecane eccetera. Realtà e favola, due piani che non si sovrappongono ma coesistono, intrecciandosi tra loro: dalla realtà scaturisce l’immaginario e viceversa, senza soste, fino alla fine; e in questo quadro capita che i personaggi realistici e fantastici mangino e bevano cibi ora fantastici ora “normali”, quelli cioè che appartengono all’alimentazione umana. Fin qui sono stati presi in esame un paio di casi in cui fanno la loro apparizione piatti di una cucina non quotidiana (almeno per le classi sociali in cui si collocano i personaggi della storia). Collodi, però, cita anche una serie di cibi e di pietanze che appartengono proprio all’alimentazione quotidiana, specialmente quella delle classi meno agiate. Proprio questi ultimi, cibi modesti, se non perfino poveri, sono gli unici che Pinocchio e i personaggi realistici del libro mangiano effettivamente (o, almeno, sono i soli che hanno realmente a disposizione).

Se ne comincia a parlare fin dal primo capitolo, in cui vediamo un pensoso Mastro Ciliegia, al cospetto del pezzo di legno che sarebbe divenuto il burattino, considerare che questo potrebbe essere sufficiente a «far bollire una pentola di fagioli», alimento, quest’ultimo, da sempre alla base della dieta contadina. Nel capitolo 5, invece, Collodi si sofferma sull’uovo, altro cibo di tutti i giorni, spingendosi a proporne perfino alcuni modi per cucinarlo. Vediamo così un affamato Pinocchio, con un solo uovo a disposizione, chiedersi indeciso: «Ne farò una frittata… no, è meglio cuocerlo nel piatto… o non sarebbe più saporito se lo friggessi in padella? o se invece lo cuocessi a uso uovo da bere?… No, la più lesta di tutte è di cuocerlo nel piatto o nel tegamino…». Presa la decisione, il burattino «pose un tegamino sopra un caldano pieno di brace accesa, mise nel tegamino, invece d’olio o burro, un po’ d’acqua, e quando l’acqua principiò a fumare, tac!… spezzò il guscio dell’uovo e fece l’atto di scodellarvelo dentro». Il lettore viene dunque informato anche sulle operazioni da compiere per cucinare un uovo in tegamino; che poi l’Autore, dopo il clima d’attesa creato dall’elenco delle operazioni necessarie alla preparazione, manifesti una sua “dote” particolare, quella della crudeltà, facendo uscire un pulcino dall’uovo (rendendolo dunque inefficace per placare la fame di Pinocchio) è un altro discorso.

Alla fine il burattino si dovrà accontentare delle tre pere a disposizione, mangiandosele però per intero, bucce e torsoli compresi. Del resto, per tutto il racconto delle avventure che lo riguardano, Pinocchio sarà sempre costretto ad accontentarsi di cibi basici, anche quando ci sarebbe la possibilità di mangiare meglio: abbiamo visto quanto accaduto all’osteria del Gambero Rosso dove, pur potendo ordinare piatti prelibati, si è accontentato di «uno spicchio di noce e un cantuccio di pane», poi neppure toccati. Se ricordiamo poi l’“uva paradisa” mangiata dalla Volpe in quell’occasione, possiamo apprezzare meglio la frugalità del burattino a cui, nel capitolo 22, basterebbero “poche ciocche” di uva moscatella, una varietà di un certo pregio ma comune, niente a che vedere con la ricercatezza dell’uva ordinata dalla Volpe. Pinocchio – lo abbiamo visto – è parco e sensibile. Se preoccupato o preso da pensieri perde l’appetito, se affamato si adatta a mangiare di tutto. Ma sa essere anche schifiltoso; alla fine mangia quello che c’è ma non prima di avere opposto una certa resistenza. Come quando, trasformato in somaro, viene costretto a mangiare paglia tritata oppure quando (capitolo 24) viene sfamato da “una buona donnina” che gli offre del pane e «un bel piatto di cavolfiore condito con l’olio e l’aceto». Nonostante la fame Pinocchio resta interdetto, il cavolfiore proprio non gli piace e solo la promessa di «un bel confetto ripieno di rosolio» lo convincerà.

Accanto ai cibi ricchi e ai cibi poveri c’è un terzo modo con il quale Collodi affronta l’argomento gastronomico e sta nell’uso delle espressioni tratte dal lessico alimentare. Queste, in generale, vengono adoperate in funzione metaforica attingendo, di solito, alla tradizione alimentare quotidiana, in prevalenza povera: Mastr’Antonio viene chiamato da tutti “maestro Ciliegia” «per via della punta del suo naso che era sempre lustra e paonazza come una ciliegia matura» e Geppetto è soprannominato d’ufficio “Polendina” per via «della sua parrucca gialla che somigliava moltissimo alla polendina di granturco». Nel capitolo 34 Collodi, nel descrivere Pinocchio nell’atto di venire ingoiato dal Pescecane, scrive che «il mostro, tirando il fiato a sé, si bevve il povero burattino come avrebbe bevuto un uovo di gallina». Nel capitolo seguente Geppetto, nel raccontare al burattino come si fosse venuto a trovare nel ventre del grande pesce, riferisce che questi, «tirata fuori la lingua, mi prese pari pari e m’inghiottì come un tortellino di Bologna». Sempre nella stessa situazione, stesso capitolo, Pinocchio sente i piedi sguazzare «in una pozzanghera d’acqua grassa e sdrucciolona, e quella sapeva di odore così acuto di pesce fritto, che gli pareva d’essere a mezza quaresima». La qual cosa informa anche il lettore di oggi che a quel tempo e in quel periodo dell’anno, in ossequio alle prescrizioni di magro dettate dalla chiesa cattolica, veniva abitualmente cucinato pesce fritto, il cui prepotente odore, evidentemente, permeava di sé le dimore più umili.

Sarebbe lungo elencare tutti i modi di dire legati all’alimentazione usati in “Pinocchio”. Ne citeremo, per concludere, solo altri tre: quello del capitolo 14, quando il burattino afferma che non intende «fare la fine del piccione arrosto»; del capitolo 25, quando si lamenta, usando un’espressione del linguaggio comune (che forse si deve allo stesso Collodi) di essere «sempre rimasto alto come un soldo di cacio»; del capitolo 31, nel quale, per definire il modo in cui un gruppo di ragazzini è caricato su un carretto, viene usata l’espressione «ammonticchiati gli uni sugli altri come tante acciughe in salamoia».