La nuova Lega: Salvini, Salvini e ancora Salvini

La formula che uscirà dal congresso del partito non supererà soltanto le origini bossiane sull’indipendenza del Nord. Punterà tutto sul marketing. Territoriale. E ultra-personalizzato

Oggi 21 dicembre verrà sancita con un congresso la definitiva nascita della Lega come partito sovranista nazionale (e nazionalista) e non più come partito con mire secessionistiche regionali. Un annuncio inevitabile, dato che la linea marcatamente etno-nazionalista (“prima gli italiani”) scelta dal duo Salvini-Morisi ha portato il partito dal 4% al 30% in pochi anni. E’ proprio il ridotto lasso di tempo in cui la Lega Nord si è ridefinita totalmente ad essere il suo tallone d’Achille. Perché?

Partiamo dal punto più evidente: l’abbandono dell’idea secessionista originaria e con questa, probabilmente, persino della più morbida autonomia (invisa ai simpatizzanti meridionali e alla nuova classe dirigente reclutata sotto il sacro Po), porterà alla necessaria frattura con i militanti e i quadri storici fedeli all’idea di Bossi-Maroni di un’indipendenza della Padania dall’Italia. Un’indipendenza che non era solo giustificata con meri calcoli economici, ma che si era nutrita di una serie di letture politiche che avevano creato una chiara e riconoscibile identità culturale: il nord produttivo contro Roma ladrona, il laborioso ed austero nordico contro il nullafacente e scialacquatore meridionale, l’uomo forgiato dalla dura vita del laboratorio artigianale-negozio-azienda a conduzione familiare contro il molle ed effeminato terrone che campa arrangiandosi e chiedendo sussidi statali.

Questa identità politica mai teorizzata ma racchiusa in una serie di slogan, provocazioni, atti simbolici, ecc… viene relegata all’improvviso nel dimenticatoio, dato che il solo ricordarla provoca malumori nel nuovo elettorato centro-meridionale. Il suo posto da cos’è stato riempito? A dispetto della apparenze, dal nulla: il sovranismo leghista zoppica, scisso com’è fra antieuropeismo, euroscetticismo e necessità di rimanere incollati all’Europa dato che il Nord e l’Emilia-Romagna sono terziaristi di Francia e Germania. Il nazionalismo leghista non sa a quale base ideale (e ideologica) appigliarsi. Gli italiani non sono un’etnia, anzi è stata propria la Lega di Bossi a rimarcare come l’Italia sia un’accozzaglia di etnie incompatibili fra loro: l’unico collante è la comune cultura cattolica, ma la Chiesa di papa Francesco è dichiaratamente pro accoglienza, e quindi il duo Salvini-Morisi si è lanciato in una lunga guerra di logoramento per tentare di costruire una chiesa italica da opporre alla chiesa ufficiale immigrazionista. Battaglie che le alienano consensi e agganci istituzionali importanti, senza per questo creare un solido nucleo identitario capace di sostituire quello storico.

Non riuscendo a trovare un’identità positiva a cui appigliarsi, il duo Salvini-Morisi punta sempre più sulla creazione di avversari mostruosi capaci di creare un elettorato che si chiuda a falange pur di vederli sconfitti: dall’Ue ladra ed immigrazionista, alle ONG buoniste passando per i radical chic distruttori della famiglia tradizionale e l’immigrato delinquente, la nuova Lega ha continuamente bisogno di nemici per mantenersi coesa. Nemici che da una parte devono sembrare onnipotenti, dall’altra devono essere vulnerabili: la BCE e i radical chic, che sbeffeggiano l’italiano vittima dell’immigrazione dalla loro torre d’avorio, devono sembrare forze quasi impossibili da abbattere (ammettere di essere vittime di aguzzini deboli e ridicoli sarebbe tragicomico), e nel contempo attaccabili, dato che uno dei nuovi punti forti della Lega è la richiesta di pieni poteri per Salvini, al fine di avere i mezzi per liberare l’Italia dai suoi oppressori. Una lotta titanica che, per scelta comunicativa, deve essere spietata e rapidissima nei suoi esiti.

Nei 14 mesi di governo gialloverde, in cui Salvini è stato Ministro dell’interno, ogni tre giorni Morisi individuava un bersaglio (un centro sociale occupato, un palazzo abusivamente abitato da migranti, la nave di una ONG, ecc…), Salvini lanciava una dichiarazione di guerra all’ultimo sangue e, tramite video su Facebook e Instagram, gli italiani seguivano l’epica lotta fra Salvini ed il nemico, che doveva concludersi con l’inevitabile vittoria del Ministro. Questo accentramento dell’intero peso della battaglia su Salvini porta inevitabilmente a gettare ombra sul resto del partito e dei suoi dirigenti: la nuova Lega infatti, volente o nolente, deve snellirsi dal suo famoso (e mitizzato) radicamento sul territorio.

Come rivelato su questo quotidiano online da Alessio Mannino, il radicamento nel territorio è troppo lento, costoso, difficile da mantenere senza un’identità positiva solida, ma soprattutto impossibile da sostenere finanziariamente a fronte di un debito mostruoso di 49 milioni di euro con donazioni e tesseramenti in perenne calo, dato che la militanza è concetto ormai obsoleto. La soluzione tentata dal duo Morisi-Salvini è duplice ma non contraddittoria: i quadri a contatto con il territorio vengono sostituiti dall’apparato di esperti di marketing, nuovi pretoriani chiamati a gestire una capillare comunicazione che scende dal Leader al singolo simpatizzante attraverso i mille rivoli del web, utilizzando in maniera spregiudicata tutte le armi fornite dai social: dalla rincorsa alla moda del pornfood (Salvini che mangia), a quella per il fashion (i continui cambi abito), fino al tentativo di creare discorsi ad hoc per TikTok, dove si concentra un elettorato preadolescente che avrà il diritto di voto fra 3-4 anni, particolare che dimostra una strategia di promozione del brand Lega di lungo respiro.

Dall’altra parte l’ostilità dei vecchi quadri ormai eclissati dal Salvini-centrismo viene bypassata con il ricorso a visite spot a micro aziende e micro realtà comunitarie (le sagre di paese) nelle roccaforti del nord: queste visite non instagramizzate servono a Salvini (e Morisi) per non perdere il contatto con la pancia dell’elettorato, i suoi umori, le sue richieste che non verranno più raccolte dalla sezioni territoriali e dai quadri ad esse collegate, ma direttamente da lui e dai suoi pretoriani del marketing. Quello sperimentato da Salvini-Morisi è quindi una nuova forma di populismo: l’elettorato viene continuamente fatto sentire vicino al leader da pervasive campagne di propaganda sul web, ma il leader esce a random dal suo isolamento facendosi vedere e toccare dai fan, ascoltandoli, carpendone gli umori e i malumori, il tutto lontano dalle telecamere… Una scelta ideologica forte, le cui ricadute elettorali si vedranno nel tempo, mentre già iniziano sottovoce le fronde fra i colonnelli (Zaia, Fontana, Maroni, ecc) e il Capitano, che attorno a lui vuole soldati semplici e non graduati.

Quale Lega emergerà dal congresso del 21 dicembre? Una versione più coerente di quella che abbiamo visto in azione durante il governo gialloverde: una Lega modellata ad immagine di Salvini, sempre più dipendente dall’estro creativo del guru Morisi, perennemente alla ricerca di nuovi nemici per mantenere coeso un elettorato fluido e con interessi economici conflittuali, scissa tra il bisogno di mostrare i muscoli sovranisti con l’elettorato e la necessità di non urtare i partner europei da cui dipendono le sorti economiche delle aziende del nord, ultima vera roccaforte reale ed ideale di un partito che ha consapevolmente scelto di liberarsi da ogni altro vecchio vincolo ideologico.

(ph: Imagoeconomica)