Oppi in Basilica Palladiana merita la visita. Ma si esce disorientati

“Ritratto di donna” è una mostra interessante e meritevole. Ma per evitare di uscirne con ricordi superficiali serviva un’analisi critica

Dal 6 dicembre è aperta al pubblico la prima delle tre grandi mostre previste in Basilica Palladiana, “Ritratto di donna, il sogno degli anni venti e lo sguardo di Ubaldo Oppi”, variegato repertorio di opere, in prevalenza ritratti femminili ma anche qualche scultura, abiti e gioielli, convocato dalla curatrice Stefania Portinari a testimoniare un sogno e la donna che ne è protagonista, secondo l’accattivante enunciato del titolo. La mostra alza invero il sipario sul panorama artistico italiano che comprende sia gli anni seguiti al primo conflitto mondiale che gli antecedenti: sono gli anni della formazione del giovane Ubaldo Oppi, nato nel 1889, dei viaggi di studio, dei soggiorni a Vienna e Parigi, dei primi successi.

Essa si apre con il dipinto di Gustav Klimt, Giuditta II, 1909, avvio d’un cammino costruito con dovizia di particolari tra arte e cronistoria. Attorno a creazioni giovanili di Oppi, Autoritratto, Le due sorelle, stanno in sequenza opere talora discordanti, da “La preghiera” di Felice Casorati a “L’attesa” di Gian Emilio Malerba, specchi singolari delle molte sfaccettature di un linguaggio pittorico in cui convivono differenti istanze, tra spinte innovative e principi tradizionali, e dove sono percettibili influssi della cultura d’arte mitteleuropea e francese. La prima stagione di Oppi si chiude con lo scoppio della Grande Guerra, cui prende parte come alpino. Il conflitto segna una profonda cesura in tutta la cultura europea e soltanto dopo il 1918, mentre il mondo si volge verso un nuovo ordine, l’arte riprende vigore.

Gli “anni Venti” aprono il nucleo fondante del discorso sul nostro artista e dell’intera mostra vicentina. Viene ora alla ribalta la donna “moderna” evocata dal titolo, che trasforma il proprio aspetto liberandosi dagli orpelli della vecchia moda e in un tempo carico di difficoltà e contraddizioni si fa interprete di un incontenibile desiderio di affermazione sociale e di una rinnovata vitalità dopo lo sfacelo della guerra. La maturità dell’artista coincide con la nascita nel 1922 di Novecento, il movimento coodinato da Margherita Sarfatti di cui lo stesso Oppi è tra i fondatori. A far da cornice ai suoi ritratti di questo periodo sono, tra numerosi altri, quelli di artisti che hanno contrassegnato la nostra pittura novecentesca fra le due guerre mondiali, da “Ragazza con frutta” di Achille Funi a “Donne per le scale” di Antonio Donghi e fino alle “Due sorelle” di Mario Mafai.

E sono davvero interessanti, molti dei ritratti di Oppi, “Le amiche”, “Figura femminile di profilo”, “La giovane sposa”, prove di un personale “realismo magico”, dove gli echi rinascimentali si coniugano senza sfasature con la concreta visione del reale. Esemplare è il “Ritratto della moglie sullo sfondo di Venezia”, 1926. In una felice sintesi tra classico e moderno Oppi vi declina le diverse note del suo fare maturo. Nella figura in primo piano, inquadrata all’angolo d’una terrazza sullo sfondo d’uno scorcio lagunare trasognato, l’artista restituisce un’immagine femminile di serena compostezza: il profilo lineare della donna, lo sguardo severo addolcito dalla spontaneità dell’atteggiamento, la sobria eleganza dell’abito, documentano insieme il carattere della persona e la chiarezza del pennello che la ritrae. Ancora riflessi rinascimentali  – veneti in particolare –  si leggono nei nudi esposti nell’ultima sezione.

Nel nudo l’artista persegue un’idea di bellezza dalle forme solide e piene, che traduce in immagini cariche d’energia. Propone così, rilette in chiave moderna, maestose nudità femminili riecheggianti reminiscenze classiche all’interno di realtà naturali diverse, il “Paradiso terrestre” o l’”Adriatico in tempesta”. Spicca infine, tra i vari nudi posti a confronto, il luminoso gruppo del “Concerto” firmato da Casorati nel 1924.

L’esposizione ha il merito d’aver riportato in primo piano Ubaldo Oppi, “vicentino d’adozione” di cui molti conoscono poco. Privilegiando però la narrazione dettagliata del mutar di gusti e costumi d’una parte della società del primo dopoguerra, la cronaca rispetto alla storia, lascia in ombra la pur fondamentale analisi critica relativa all’evoluzione della nostra pittura in un periodo tanto complesso. L’allestimento inoltre trabocca di opere a sostegno del tema proposto, ma non tutte sono efficaci o valide per sé stesse; sicché il visitatore cosiddetto comune fatica a coglierne il significato al di là delle immediate suggestioni, disorientato dall’impatto con un tale campionario d’immagini. Ed è un peccato che di una mostra impegnativa possa rimanere soltanto un insieme di ricordi superficiali, un bel volto, un gioiello, un costume teatrale alla Chanel.

(Ph. Facebook – Mostre in Basilica)