A te e famiglia. Con disincanto e follia

Auguri ai lettori. Credenti, non credenti, ma comunque festeggianti

Ingrato compito gli auguri a mezzo stampa, nel giorno della vigilia di Natale. Non per gli auguri in sé, che ci si fa come occasione di rinsaldare legami e darsi un po’ di calore troppo spesso lasciato al freddo della routine quotidiana. Ma per la difficoltà oggettiva di avvolgerci intorno qualche considerazione sensata, evitando la peste delle banalità sciroppose. Prevedibili come l’imperversare delle zampogne e del rosso Coca Cola dei babbi natalizi.

Per chi crede e pratica, é la festa delle feste, forse seconda solo alla Pasqua, dove il bambino divino che nasce stanotte muore e risorge. E’ l’eterno ciclo morte-rinascita comune a tutte le religioni europee (domani leggetevi un articolo di Giuliano Corà in proposito). Per chi crede e non pratica, é l’appuntamento fisso per riscoprire quel vago senso di religiosità che durante l’anno trascura sistematicamente, e magari farsi venire qualche dubbio a riguardo. Per chi non crede e quindi non pratica, si approffitta della pausa non per essere più buoni, ma per dare importanza ai fondamentali: famiglia, tempo per sé, valore del riposo e del sacro svuotarsi così da rigenerarsi. Un abbraccio. Un pensiero gentile. Un po’ di gratuità. Per il resto, sul senso della vita e dintorni, ci viene in mente il vecchio Borges, omericamente orbo, quando gli chiesero da quando era diventato cieco: «da quando cominciai a vedere», rispose il saggio scrittore. Da leggere in chiave, ça va sans dire.

La giornata dovrebbe poi includere la solita giaculatoria sul consumismo dei pacchi infiocchettati: la risparmiamo al lettore, soprattutto a quello che tira la cinghia e i soldini per i regali non li possiede in gran cifra. Sui giornali ci si profonde in articoli sugli ultimi, i poveri, i dimenticati, guardandosi bene, fuori dalla bontà obbligata di questi giorni, dal denunciare le cause e le responsabilità di indigenza e invisibilità: viviamo nel migliore dei mondi possibili, no? La giustizia, é noto, non é di questo mondo. Al massimo si può – e per conto nostro si dovrebbe – combattere l’ingiustizia. Su questo, quasi niente si fa. Siamo abituati. E tuttavia non ce ne faremo mai una ragione.

Altro compitino di prammatica da aggiungere alle palle dell’albero é l’invito a fare l’esame del sangue alla propria coscienza. Ma su: se uno non la allena mai, perché dovrebbe farlo un dì all’anno? Godiamoci i convivii ben forniti e innaffiati, i saturnali della vita in comune, e semmai ci si ritagliasse qualche benedetta ora per stare in silenzio dopo abbuffate e allegria, se ne gusti il piacere. Raro, in tempi di connessione permanente e perenne frastuono di fondo. Ecco, una volta sbrigati gli auguri per telefono e coi messaggini, spegnere il cellulare sarebbe già molto. Anche concedersi una camminata fine a se stessa, a piede lento, lentissimo, non é affatto ovvio. Dipende dai propri usi e costumi. In generale provare cose che non si fanno mai, seguendo la legge dei contrari, sarebbe il modo ottimale di santificare la festività, specialmente per i forzati delle feste.

Insomma, sfruttare l’ora d’aria per sentire il sapore dell’Inutile. Intendiamo dire delle azioni agite per la pura soddisfazione di agirle. Pare che sia questo il dono: qualcosa di non utile, che non serve, non é servile, strumentale, calcolato, ma gioia che si consuma in sé. Senza perché. Gratis et amore dei, potenza del gratuito. Anche un po’ folle. La rivincita del solare sull’oscuro. Non dovremmo essere lontani dal significato della festa, di qualunque festa: tanto più inutile, tanto più sacra. E questo inutile articolo, allora, non sarà stato poi così disutile. Auguri.