I Radiosboro: «Cool-tura veneta? Semo diventà un popolo de fighetti»

Una ciacola con Cristian, la voce storica della band. Che ha in serbo novità per il 2020

Veneti egoisti-autonomisti, veneti amanti del bicchiere, veneti lagnosi. Luoghi comuni. C’è chi il Veneto e i veneti prova a raccontarli da più di 25 anni in chiave satirica e ironica: la band vicentina “Radiosboro”, guidata dallo storico cantante Cristian “Cisco”, realizza parodie di brani famosi, da Ligabue a Benji e Fede. Rigorosamente in dialetto. Una band «scomoda», come si autodefiniscono, fin dal nome – anche se il termine tipicamente veneziano “ghesboro” è ormai stato sdoganato da anni ed è conosciuto in tutta la penisola. «Ma c’è sempre chi si fa mille problemi – spiega Cristian -. E pensare che il nome e la band stessa sono nati completamente per caso, come scherzo per un nostro amico che partiva militare. L’idea era quella di fargli una cassetta-ricordo. Abbiamo preso un registratore anni ’80 e abbiamo registrato le nostre cazzate, senza pretese. Ma poi la registrazione si è diffusa in paese  a macchia d’olio e non abbiamo più smesso».

Allora, com’è questo Veneto di fine 2019? Proviamo a fare uno screening dell’attualità. Venezia è stata, letteralmente, nell’occhio del ciclone. Al capoluogo veneto i Radiosboro hanno dedicato, in collaborazione con “Il Veneto imbruttito”, la parodia di Azzurro, cantata in veneto ma tradotta in inglese per invitare i turisti a non abbandonare la città. Nei prossimi mesi proseguirà la collaborazione anche con i “MonAmour“, ma Cristian ha in serbo anche altre sorprese per i fan di vecchia data: «I Radiosboro sono recentemente usciti con un nuovo singolo, “Mì sto imbottigliando”. All’inizio del nuovo anno usciremo con nuovi pezzi goliardici, ma anche uno molto serio, e l’obiettivo è realizzare un nuovo album prima dell’estate. Nel frattempo abbiamo avuto delle ottime collaborazioni, oltre che con “Il Veneto imbruttito” anche con Alvaro Vitali/Pierino. Inoltre riprenderò anche con il tg satirico-goliardico “TeleNutria”».

Tradizioni tipiche: come siamo messi? «E’ giusto mantenerle, sia per quanto riguarda il presepe che il crocefisso, senza che per questo si parli di razzismo». C’è un verso di Ungaretti che dice che ormai l’uomo non ha che le bestemmie per creare un legame con Dio e che pare particolarmente adatto a descrivere i veneti: considerati un popolo di basabanchi, sono anche proverbialmente dediti alle bestemmie. Ma c’è chi giura non si tratti di blasfemia, bensì di struttura sintattica della lingua veneta. «Sono entrate nella nostra testa come intercalare, c’è anche chi esagera, ma c’è chi le usa come “punteggiatura”. Questo non piace a tutti, ma fa parte della nostra “cultura”, se così si può chiamare, e della tradizione della lingua veneta». Niente di cui scandalizzarsi, insomma, casomai bisogna prenderle come «il lato simpatico del veneto, che non lo fa per andare contro la religione, ma per abitudine. Vedi per esempio la nostra canzone “Parlo con Gesù”, che può avere una doppia chiave di lettura».

Donne e sesso: in tempi di MeToo, argomenti da trattare con le pinze. «Negli anni abbiamo avuto molte lamentele sia per il linguaggio che per il nostro “maschilismo”. Ma è solo una maschera, un luogo comune. È volgare, certo, ma è genuino. Quindici anni fa per i giovani veneti le bestemmie e la volgarità erano trasgressivi come lo è adesso Marilyn Manson. Erano cose che nessuno osava fare, in una canzone. Oggi il veneto è diventato un po’ più “ciccetto”, “fighetto”, molto più attento a come parla, a come si veste. Siamo diventati un po’ più alla moda e l’essere volgari non è più cool. È cambiato il modo stesso di divertirsi per i giovani veneti. Oggi  ci sono meno locali live e più locali da 50 metri quadrati, dove bisogna mettersi in vista, in stile “spritz vetrina”. I veneti si divertono in maniera diversa, forse meno genuina di una volta. Sono cambiati i tempi e bisogna adeguarsi».

Non sarà forse che le donne venete sono un po’ fredde e non sanno stare allo scherzo?  «Fredda non è la parola giusta. Anche la donna oggi indossa una maschera, anche lei è in vetrina e in sostanza se la tira un po’ di più. Una volta era più libertina per quanto riguarda il linguaggio, oggi invece è più libera nel comportamento, ma nel linguaggio è molto più attenta. Per fortuna ci sono ancora quelle genuine che apprezzano l’uomo vero, ma purtroppo in questi anni stiamo tutti portando una maschera, soprattutto quando usciamo in mezzo alle altre persone: dobbiamo essere cool. Vai in un locale e ti sembra di essere a una sfilata di moda. E quindi anche l’uomo deve mettersi questa maschera e non può essere se stesso, se no la donna lo scarta a priori».

Allora, alla ricerca della genuinità perduta, non resta che rifugiarsi nella vita in campagna, contro lo stress e il “logorio della vita moderna”. Dove un po’ di ombre e quatro ciacoe in osteria sono meglio di una seduta dallo psicologo. Purtroppo la vita è cambiata anche lì. «Anche gli agricoltori oggi fanno fatica, con i prezzi dei grossisti che sono crollati, e le tasse, e l’Imu (paga e Tasi), le quote latte e altri casini burocratici che hanno investito anche la campagna. Però comunque si starebbe meglio lì che in città. Spesso viene voglia di scappare da questo meccanismo, a cui devi stare dietro o ti schiaccia, e andare a vivere tra le capre. La fatica dei campi è chiaramente più fisica che mentale, finché aravi il campo potevi pensare ai cazzi tuoi o cantare un canzone. Al giorno d’oggi anche se fai un lavoro manuale hai in testa sempre il mutuo, l’Iva, etc. Non siamo più liberi nella nostra testa. E questo ormai vale sia per noi gente di città che per gli agricoltori». E loro, sono cambiati? «Ho iniziato che avevo 17 anni e adesso ne ho 46. Si cambia ma si va sempre avanti, finché sarò schiavo della mia fantasia».