“Una banca popolare”, Bugaro: «Non sono stato capito, non volevo assolvere nessuno»

Dopo le contestazioni allo spettacolo di cui é autore, lo scrittore spiega: «Faccio parlare un banchiere la cui cattiveria si condanna da sola, mi aspettavo che il pubblico lo comprendesse»

Quei trenta secondi, forse anche di più, sono stati lunghissimi, e nel silenzio si affollavano interrogativi, dubbi, perplessità: attimi di sospensione prima che si animasse l’applauso, di prammatica e solitamente dovuto, alla fine dello spettacolo. Se ne sono accorti eccome i cronisti che  erano lì, alla «prima» al teatro Goldoni di Venezia di “Una banca popolare”, testo teatrale dello scrittore Romolo Bugaro, regia di Alessandro Rossetto. Nelle orecchie e negli occhi del pubblico era ancora ingombrante la figura del banchiere Correr, le mentite spoglie di Gianni Zonin, che per tutto il secondo atto – 45 minuti – aveva declamato con cattiveria, presunzione e percepibile tracotanza la propria innocenza per quel crac della «sua» banca, evidentemente la Popolare di Vicenza.

Colpo di spugna su anni di mala gestio, su investimenti sbagliati, su un giro di prestiti ad amici e amici degli amici alla fine insolventi o – peggio – trattati con i guanti mentre il popolo bue dei piccoli azionisti veniva incolonnato verso il mattatoio. Macché, quelli erano i bei tempi, rovinati dai «nazisti della Bce», che chissà come mai, hanno la mania dei controlli. I bilanci farlocchi, la quotazione gonfiata delle azioni, la spavalderia contabile sono peccatucci, inezie, di fronte al complottone di Draghi e Renzi, a cui s’accoda una pavida Banca d’Italia. Insomma, un’autodifesa di Carrer/Zonin inattesa, e pericolosamente simile a quanto l’ex presidente-padrone per vent’anni della Popolare va farfugliando davanti a magistrati e timidi membri della commissione parlamentare d’inchiesta.

Ma Romolo Bugaro è un uomo d’onore, ha indagato nei suoi libri questo Nordest scavando nelle contraddizioni del benessere economico, difficile sostenere che sia un lacchè del potere, impossibile dargli del cortigiano di Zonin. Ce ne sono in giro, pronti a resistere a oltranza perché tanto questa storia si sa come finirà: a schifìo per la stragrandissima maggioranza degli ex azionisti, ridotti a ghiaia da schiacciasassi da una magistratura dai tempi eterni e dalle decisioni contraddittorie (don Abbondio? Un leone), e da poteri forti per i quali sono fastidioso pulviscolo. Insomma, Bugaro difensore di Zonin parrebbe un controsenso, ma lasciando il Goldoni quasi tutti l’hanno pensato.

E allora parla lui, Romolo l’autore, per la prima volta dopo una difesa d’ufficio di una aiuto-regista che poco sapeva dei pensieri alla base del copione, e rivendica un ruolo: quello dello scrittore. «Mi cascano le braccia, il pubblico non può aver frainteso fino a questo punto. Io faccio parlare un cattivo, ma la mia non è un’assoluzione: é una chiamata in correità, perché al banchetto ha partecipato una cerchia di sodali e amici, un ceto di imprenditori che oggi non appare più, che è ritornato nel buio. E questo buio io voglio scandagliare, entrare nell’abisso di una società, dei suoi meccanismi di relazioni, di favori, di sistema di potere anche economico». Ma, Bugaro, questi convitati mangiavano e bevevano a sbafo, e qualcuno li aveva invitati, hanno fatto sparire le portate succulente e non hanno lasciato nemmeno le briciole. E l’anfitrione guardava compiaciuto… «L’anfitrione, cioè il banchiere Carrer, è un personaggio negativo. Ho scelto di far parlare lui non perché proclami la sua innocenza, ma perché si condanni da solo. E’ arrogante, non ammette i propri errori, non fa mea culpa. E’ un cattivo, e questo volevo far risaltare: che è cattivo. Ho dato spazio al monologo di un carnefice, e questo mi aspetto dal pubblico: che lo capisca. E’ la voce del banchiere che deve far scattare il giudizio, quello che dice lo condanna. Non si assolve, ma si condanna lui medesimo. Io, l’autore, non voglio dare giudizi, non voglio fare la morale. Ho voluto mettere sul palco un personaggio così com’è, e che si faccia giudicare. Che la mia sia una pièce che difende Carrer/Zonin è un’ipotesi lunare. Il fatto è che questo è un nervo ancora scoperto, il crac è stato devastante».

Il teatro non è la realtà, sul palco non compaiono i 120 mila defraudati, microbi impotenti di fronte al virus primigenio, non c’è ombra di contraddittorio alla tirata autoassolutoria di Carrer/Zonin. E Bugaro: «Ma io sono un autore, non un tribunale. Non ho voluto che ci fosse contraddittorio, ho scelto il personaggio e non un dibattito difesa/accusa. Il cattivo parla da cattivo: pretende di aver beneficato la società, gente che si è arricchita con lui e la sua banca, dice cose che dovrebbero far saltare sulle sedie e comunque far riflettere su tutto un sistema». Peraltro l’autoarringa difensiva tralascia particolari di non poco peso: come i Proci che banchettavano e che ora sono sfuggiti all’ira di Ulisse (qui non c’è un Ulisse che tenda l’arco), anche il nume Carrer/Zonin faceva lauti affari con la «sua» banca, dandosi il permesso da solo. Bugaro lo lascia silente sugli interessi personali, perché il suo scopo è allargare la platea dei colpevoli: non solo il presidentissimo, ma i cerchi concentrici del suo potere, uno stagno infido che oggi si scopre maleodorante, e nessuno che voglia pescarci dentro. Quindi, se ne desume, un Bugaro più colpevolista dei tribunali al lavoro.

Ma quell’incertezza dell’applauso, e alcune contestazioni alla fine delle repliche, fanno riflettere anche l’autore: «Forse questa è un’operazione facilmente equivocabile». Il dubbio s’insinua, anche se le polemiche e le discussioni in fondo non sono sgradite, «così se ne parla». Resta il fatto che il «monologo di un carnefice» dovrà essere recepito come tale. Altrimenti rischia di essere fuorviante e paradossalmente utile ai non pochi servi nascosti. Dopo il testo teatrale, questo copione diventerà un film, prodotto dalla Jole Film di Francesco Bonsembiante e Marco Paolini, per la stessa regia di Alessandro Rossetto. Tutta gente con un pedigree inattaccabile dal punto di vista della coscienza civile. Bugaro ovviamente sarà della partita. Convinto di quel che ha fatto: «Lo so, è un modo rischioso. Ma anche questo è teatro civile». Il problema è farsi capire.